Quando si pensa a Woody Allen, ci vengono subito in mente i grandi capolavori come: Harry a pezzi, Mahnattan, Hollywood Ending, Io e Annie, Match Point. E questi sono solo alcuni dei tanti titoli che il regista di New York ha scritto e diretto nel corso della sua lunghissima carriera. Tali opere sono passate nella storia del cinema sicché, ancora oggi, sono viste e apprezzate dal pubblico.

Si sa, Woody Allen è il classico regista che o si ama o si odia. E per quanto possa non piacere, c’è da riconoscere che il suo stile è unico quanto originale. Allen, infatti, si è sempre saputo distinguere per essere uno dei registi più raffinati e cerebrali di sempre, le cui tematiche, quali l’esistenzialismo, la critica alla borghesia, la letteratura, la filosofia, il jazz, hanno affascinato chiunque.

La sua ultima produzione, Rifkin’s Festival (di cui vi offriamo la nostra recensione), ha confermato la sua immensa bravura e il suo grande acume, oltre a sottolineare il suo oramai cinismo nei confronti del cinema contemporaneo. Rifkin’s Festival, infatti, si presenta come un manifesto critico sia nei confronti della stessa settima arte (abitata da registi sempre più commerciali), sia nei confronti della stessa società, la quale sembra non accettare le produzioni più impegnate.

Nel 2016 la filmografia di Woody Allen si è arricchita con un prodotto del tutto innovativo, anche se non ci troviamo al cospetto di un film, bensì di una serie TV dal titolo Crisi in sei scene. E noi di Areacult ci offriamo una recensione. La serie è presente nel catalogo streaming di Prime Video e caratterizzata da una sola stagione da sei puntate.

Crisi in sei scene: trama

Crisi in sei scene recensione

Anni Sessanta. New York. Sidney Munsinger (Woody Allen) è uno scrittore che vive nella sua bellissima casa insieme alla moglie Kay Munsinger (Elaine May), una terapeuta di coppia. Entrambi conducono una vita tranquilla, monotona, segnata dalle classiche convenzioni borghesi. Mentre sullo sfondo incombe la terribile Guerra in Vietnam, i coniugi Munsinger sono chiusi nella rispettiva dimora, guardando con distacco i vari avvenimenti trasmessi dalla TV.

Tuttavia, quella perfetta uniformità quotidiana viene interrotta dall’arrivo di Lennie Dale (Miley Cyrus). Lei è un’attivista hippy, la quale, rea di aver partecipato alle varie manifestazioni, è ricercata dalla polizia. Si rifugia una notte a casa Munsinger dal momento che conosce Kay sin da quanto era bambina. Nonostante Sidney sia riluttante all’idea di averla in casa, la moglie decide di ospitarla fino a che le acqua non si saranno calmate. Lo scopo di Lennie è quello di fuggire a Cuba e questo può farlo solo allorquando avrà i soldi necessari per scappare.

Crisi in sei scene recensione: in un vortice di cliché

Crisi in sei scene recensione

All’inizio di Crisi in sei scene, vi è un breve e banale indizio che ha lo scopo di illustrare la direzione che prenderà l’intera serie. Ci troviamo all’interno di un barbiere. Sidney mostra una figura di James Dean e chiede al barbiere un taglio simile alla capigliatura del celebre attore. Ovviamente, per quanto bizzarro appaia una tale richiesta, il barbiere decide di procedere come meglio crede, declinando la richiesta del cliente.

I due cominciano a parlare dell’ultimo libro scritto da Sidney. Il barbiere è un suo grande lettore, sicché gli conferma che questo libro è stato di suo gradimento rispetto al precedente. Sidney, alzando le spalle, risponde: “l’ultimo era postmoderno”. Seguito dall’ironica frase del barbiere: “completamente incoerente”.

Per chi masticasse nozioni legate al postmoderno, saprebbe con certezza che vi sono vari elementi, specie in ambito letterario, insite proprio nel genere. Pastiche, riscrittura, ironia, rifiuto delle grandi narrazioni; tutti fattori che rendono propri un genere culturale che ha dominato il secondo novecento. Tra tutti vi è il cliché, ovvero quell’espressione ripetuta, priva di originalità; in altre parole stereotipata.

Crisi in sei scene appare come una serie sormontata da cliché. E tale predisposizione ha il semplice compito di ironizzare e criticare (con tanto di sarcasmo) i periodi trascorsi e, in grande, un’America degli anni Sessanta, divisa tra illusione e disillusione dei suoi stessi fondamenti. Esempi si possono fare prendendo i rispettivi personaggi, tra i quali i coniugi Munsinger, due individui anonimi, facenti parte della borghesia americana che vivono le rispettive vite aggrappandosi ai principi canonici della società americana.

Di contro c’è Lennie Dale, l’attivista estremista che si intrufola nella dimora Munsinger con il pretesto di vivere nascosta. In lei convivono tutte le varie contraddizioni tipiche di chi voleva combattere il sistema, ergendosi sul piedistallo culturale e diffondendo il verbo della lotta armata senza un reale e preciso scopo, se non quello di sovvertire un sistema sostituendolo con un irrazionale compromesso.

E c’è da dire che in lei vi è una perfetta sintesi, giacché sfoggia il suo immenso sapere politico (ovviamente di stampo maoista e marxista), pretendendo che chi le sta attorno sappia tutto ciò che conosce. Così, infatti, inizia a indottrinare Kay, passandole libri sulla rivoluzione, su Lenin e Mao Tse-Tung; libri che, a loro volta, vengono elargiti dalla stessa Kay durante il club del libro, formato da donne anziane, borghesi, bianche e americane.

Nelle mire della sua propaganda finisce Allen Brockman (John Magaro), un giovane borghese, promesso in sposo a Ellie (Rachel Brosnahan), il quale si innamora dapprima delle idee di Lennie e, infine, della ragazza stessa. Allen è il volto di quell’America divisa tra la convenzione dei padri e il fascino del rivoluzionario. Non serve molto a capire che lo stesso Allen sceglierà la convenzione, come tanti della sua generazione fecero.

Una serie TV a-là Woody Allen

Crisi in sei scene recensione

Crisi in sei scene non sarebbe una serie TV di Woody Allen se non ci fossero elementi tipici a-là Woody Allen. Tutte le sei puntate sono un groviglio di intrighi, gag e situazioni imbarazzanti che contraddistinguono da sempre le opere del regista di New York. E l’elemento interessante è che tutto si chiude con l’ultima puntata, dove, al termine, il mondo ritorna alla normalità. I coniugi Munsinger continuano a svolgere la vita di sempre. Allen ed Ellie si sposeranno. E Lennie riesce a fuggire.

Non mancano citazioni ai film realizzati dallo stesso Allen; momenti importanti del cinema che hanno reso il regista importante e famoso in tutto il mondo. Così come non mancano i soliti pretesti per affrontare le classiche tematiche che hanno contraddistinto i suoi prodotti. Anche se, a differenza di pellicole storiche, vi è una sensazione di disincanto e nel quale resta solamente l’amaro in bocca.

Crisi in sei scene è la perfetta dimostrazione che un regista del calibro di Woody Allen è in grado di realizzare qualunque cosa, anche sfruttando un mezzo che non gli è familiare. Anzi, Allen fa in modo che tale mezzo si adatti perfettamente alle sue concezioni.

Crisi in sei scene recensione
Crisi in sei scene – recensione della serie TV targata Woody Allen
Crisi in sei scene è un buonissimo prodotto che consigliamo di vedere. Composta da una sola stagione in sei puntate, è una serie leggera, divertente che dimostra, ancora una volta, il grande genio artistico di Woody Allen.
PRO
Trama
Sceneggiatura
Giusto mix tra ironia e sarcasmo
CONTRO
Solo poche puntate per un prodotto di Woody Allen
7.2

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