Django Unchained è un film scritto e diretto da Quentin Tarantino. E questo basta e avanza per affermare che ci troviamo dinanzi all’ennesimo capolavoro (il settimo a essere precisi, e se contiamo Kill Bill vol. 1 e Kill vol. 2 come un unico film) del celebre regista di Knoxville. Django Unchained appare nelle sale cinematografiche nel 2012 ed è un caro omaggio al Django (1966) del regista italiano Sergio Corbucci, considerato uno dei più grandi maestri dei spaghetti western insieme a Sergio Leone.

La pellicola di Tarantino, di cui vi offriamo una recensione, presenta un cast davvero unico, che suggella, sin da subito, l’idea di trovarsi dinanzi a un’opera pazzesca. Abbiamo, infatti, attori del calibro di Jamie Foxx, Christoph Walz, confermato da Tarantino dopo la straordinaria perfomance del comandante Hans Landa in Bastardi Senza Gloria; Leonardo Di Caprio, al cospetto della prima apparizione in un film di Quentin, seguita poi in C’era una volta a… Hollywood, e il pluripresente Samuel L. Jackson.

La gestazione che porta Tarantino a scrivere e girare Django Unchained risale da moltissimo tempo. Il regista, infatti, non ha mai nascosto il suo amore nei confronti del genere western, e nello specifico di due pellicole (tra l’altro iconiche) le quali occupano rispettivamente la prima e la seconda posizione della personale classifica di film preferiti: Il buono, il brutto e il cattivo del menzionato Sergio Leone e Un dollaro d’onore di Howard Hawk.

Nel 2007, anno in cui appare Grindhouse – A prova di morte, Tarantino, durante un’intervista al Daily Telegraph, dichiara di voler ufficializzare una produzione a tema western, ambientata nel profondo sud degli Stati Uniti, così da poter affrontare uno dei temi più delicati della storia: la schiavitù. E inoltre aggiunge che i motivi di tale scelta sono da ricercare proprio in quell’imbarazzo americano dinanzi al tema, dal momento che nessuno ha mai trovato il coraggio di affrontarlo.

Nessuno, a meno che non ti chiami Tarantino. Nel 2011 viene consegnata alla casa di produzione The Weinstein Company la bozza del copione di Django Unchained e… il resto e storia.

Django Unchained – trama

Django Unchained comincia di notte. Due individui, precisamente due schiavisti, trasportano in catene un gruppo di uomini. Il loro cammino è ostacolato da un bizzarro carro trainato da un altrettanto bizzarro e alquanto eccentrico signore, il quale si presenta con il nome di King Schultz. Il tizio, a giudicare dall’enorme dente presente sul mezzo, è un dentista e chiede ai due tizi di comprare uno degli schiavi presenti, in particolare colui che si chiama Django. Gli schiavisti non sono ovviamente propensi, sicché segue uno scontro a fuoco nel quale uno di loro trova la morte, mentre l’altro, incastrato sotto il suo cavallo, è costretto a firmare l’atto di vendita di Django, per poi morire per mano degli schiavi liberati.

King Schultz è, in realtà, un cacciatore di taglie. E lo scopo di liberare Django è dovuto principalmente all’obiettivo di rintracciare i fratelli Brittle. Django è stato un loro schiavo e Schultz ha bisogno di scovarli, dal momento che si nascondono sotto falso nome. In cambio dell’aiuto, il dottore garantirà per la sua libertà e di una percentuale sulla taglia. L’ex schiavo accetta, così i due instaurano un’amicizia.

Lo scopo, infine, viene raggiunto. I tre fratelli Brittle vengono rintracciati e uccisi. E alla domanda da parte di Schultz su cosa volesse fare una volta libero, Django risponde di voler ritrovare sua moglie Broomhilda, da cui è stato separato alla piantagione dove lavorare precedentemente. Il dottore, tuttavia, vedendo in Django un talento con le armi da fuoco e appassionato alla sua storia, decide di aiutarlo.

Al giungere della primavera, i due, che nel frattempo sono diventati temibili cacciatori di taglie, scoprono dove risiede Broomhilda. La donna è in mano al latifondista Calvin J. Candie. Schultz e Django decidono di attuare un piano per liberare la donna: fingersi due negrieri in cerca di lottatori mandingo. Così si recano a Candyland, cercando di mettere in pratica il loro principale obiettivo, con la speranza di uscirne indenni. Se non fosse che, a loro insaputa, si trovano in un film di Tarantino.

Django Unchained: una fiaba a là Tarantino

Sebbene possa apparire strano, inusuale o persino anacronistico, la struttura di fondo di Django Unchained ricorda quella di una fiaba. A ben vedere, infatti, i vari personaggi rappresentano ognuno un cliché tipico, riscontrabile in ogni narrazione della tradizione popolare. Strizzata d’occhio, tra l’altro, ben ravvisabile qualora osservassimo la scena che avviene tra Django e King Schultz, in particolare quella in cui si racconta la vicenda di Brunilde, tratta dalla famosa leggenda norrena de I Nibulenghi.

Django è, indubbiamente, il protagonista, portatore di sani principi morali ed etici, il cui obiettivo primario è quello di salvare la moglie dalle grinfie dell’antagonista. Parte da una condizione molto delicata, di vera e propria difficoltà sotto ogni punto di vista, compreso quello umano. Egli, infatti, è uno schiavo, il quale, come si scoprirà nel film, è stato sempre venduto da una piantagione all’altra. Persino il nome non è il suo, ma un semplice nomignolo da schiavo attribuito da un padrone. Una sorta, quasi, di numerazione antelitteram adoperata per marchiare tutti coloro che, un tempo, qualcuno osò definire come esseri inferiori per una assurda concezione ideologica.

Tale condizione viene fortunatamente interrotta dall’arrivo di Schultz, il cacciatore di taglie che diviene ben presto il fedele alleato, nonché maestro e mentore di Django (infatti gli insegna a leggere, scrivere e a sparare), quindi il fido scudiero, nell’istante in cui i due sono costretti a recitare la parte dei negrieri. Schultz è colui che rivede in Django la leggenda di Sigfrido, altro celebre personaggio tratto da I Nibelunghi. Ed è sempre Schultz ad aver creato e alimentato la leggenda di Django, specie quando in una scena posta a conclusione del film gli dirà che in futuro lo chiameranno la pistola più veloce del Sud.

Broomhilda ricorda, chiaramente, la classica principessa che deve essere salvata dal principe. Ella, infatti, risiede nella dimora denominata Candyland, esplicito rimando al canonico castello sperduto in una valle sperduta, governata e soggiogata dal terribile drago cattivo, ovvero il padrone Candie J. Calvin. Quest’ultimo, inoltre, è aiutato dal devoto aiutante Stephen, il maggiordomo di casa, il quale ha deciso di servire la gente bianca pur di restare in vita.

La violenza come motore teorico

Se questo lato fiabesco (nel senso stretto del termine) funge da conduttore lineare di una vicenda, tale struttura, tuttavia, diviene il perfetto balsamo per raccontare un qualcos’altro di molto più profondo. La fiaba di Django non tende a circoscriversi solo in sé stessa. Essa diviene il mezzo necessario che serve al regista per narrare una parte di storia quasi sempre inenarrata. È, in altre parole, il miele che viene cosparso al bordo di un bicchiere contenente una bevanda amara… per recuperare una nota immagine letteraria.

Sappiamo benissimo come i film di Tarantino siano una mistura di generi e di stili. E come questi siano artefici di una sovrastruttura ben calibrata. Django Unchained non si discosta dallo scenario poetico tarantiniano, sicché il genere western, che traspare in primo piano, è, a conti fatti, il vessillo attraverso cui esplicare il contenuto teorico sia del regista, sia del film stesso.

Django è il racconto di schiavitù. Di una schiavitù che da un lato è stata artefice di un conflitto civile durato circa cinque anni; dall’altro lato ha macchiato per secoli un paese, i cui effetti, purtroppo, sono osservabili anche ai giorni nostri. E se la schiavitù è violenza allo stadio più brutale, anche Django Unchained cerca di sfruttare tale espediente per raccontare la violenza della schiavitù allo stadio più brutale.

Le schiene squarciate dalla frusta, le fredde catene ai polsi e alle caviglie, i terribili strumenti adoperati per soggiogare la volontà fisica e morale di un uomo sono parte integrante di un resoconto realmente accaduto. E nulla può lo spettatore e la spettatrice, se non prendere consapevolezza della triste realtà. La violenza, onnipresenza nei film di Tarantino, non è mai gratuita, bensì contestualizzata e contestualizzatore di un passato trascorso.

Django adopera la violenza per farsi giustizia dei sorprusi subiti e divenire un simbolo per la gente sfruttata. King Schultz la usa per vivere. Monsieur Candie, invece, per rimarcare il dominio di uomo bianco. Anzi, ed è in quest’ultimo che emerge l’assurda teoria che si cela nella gratuità di compiere del male verso il prossimo, specie se quest’ultimo è di colore. Il concetto di proprietà lo porta a sostenere che negli uomini e nelle donne di colore è presente una maggior volontà nell’obbedienza.

Considerazioni conclusive

È difficile sostenere se Django Unchained sia in assoluto il miglior film di Tarantino. Di certo, però, è uno dei migliori film che ha diretto. La pellicola è colma di opinioni sui quali è possibile porre delle giuste analisi e valutazioni. Tuttavia rappresenta la capacità del regista di Knoxville di spaziare su più generi e di farli suoi.

Ciò che è giusto sottolineare è l’incredibile maturità che Tarantino ha saputo raggiungere. Django Unchained non è un film casuale, concepito per il solo scopo di intrattenere. È l’emblema di bravura artistica, nel quale è presente un’attenta analisi estetica e concettuale.

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