In occasione del primo compleanno dalla morte del maestro, è doveroso rendergli omaggio spendendo parole di profonda ammirazione nei suoi confronti. Le musiche e le colonne sonore di Ennio Morricone riecheggiano senza pause nelle nostre vite e continueranno ad accompagnarci in eterno.

Gli uomini muoiono, le opere no

Che crediate nel caso o nel fato, questo mondo continua a poggiare su un’incontrollabile e tangibile entropia. Guardiamo attoniti e impotenti la natura e il suo corso, cerchiamo di anticiparne le mosse e spesso quel vano tentativo culmina in un irrimediabile danno a un perfetto sistema che scivola dalle nostre mani. Quanti futuri immaginabili e quanta limitatezza, spreco di possibilità, se pensiamo che la linea del tempo è una e che, una volta solcata, non è possibile cancellarne le tracce o variarne la direzione.

In questo flusso di scelte e casualità con le loro relative conseguenze, l’uomo è per metà burattino e per metà burattinaio. Ha facoltà di scelta in una fitta rete di fili tirati dall’alto che determinano l’immediato avvenire o il più lontano futuro. In fondo, è anche questo il bello del gioco: cogliere i frutti di un costante dualismo potenza/impotenza che perseguita la nostra esistenza e ci rende succubi del rimpianto o soddisfatti dei propri passi.

Uno sguardo un po’ critico, forse, ma realista.

Ennio Morricone nel suo studio – ©Roberto Baldassarre

Quando vi sono i presupposti per un poker d’assi dell’umanità, per un vero miracolo e questo accade, la vittoria si manifesta nelle sue forme più sgargianti. Non parliamo di un miracolo in senso mistico, ma di una perfetta combinazione di scelte, esperienze, influenze e, soprattutto, talento. Questa è la dimostrazione di come un solo essere umano, nella sua assoluta precarietà esistenziale e mortalità, possa dare all’umanità intera quel tanto desiderato senso di immortalità che non risiede nel corpo ma in un linguaggio artistico universale. In quell’universalità vive una facoltà umana di inestimabile valore: quella di riconoscere la bellezza indipendentemente dalla propria formazione e dal proprio gusto.

Questa singola ma enorme possibilità umana si risveglia in ogni singola nota scritta sul pentagramma dal maestro Ennio Morricone. Per merito di un grande artista e delle sue opere, far parte di questo mondo, una volta tanto, può essere un vero privilegio.

“Nell’amore come nell’arte la costanza è tutto”

L’affermazione esposta dal maestro è senza dubbio il fulcro della sua vita, dominata da una profonda dedizione all’arte e al legame inscindibile con la moglie Maria. Traspaiono enorme umiltà e infinito sentimento perfino nel discorso in occasione dell’Oscar onorario del 2007, dove di fronte alle più grandi celebrità hollywoodiane, la voce fatica a rimanere compatta durante l’augurio a tutti gli artisti e si frantuma definitivamente in una toccante manifestazione di commozione quando il pensiero è rivolto alla moglie e al loro solido rapporto d’amore.

Senza dubbio un momento toccante quanto ogni composizione del maestro. In un’occasione di estrema formalità, veder cadere ogni etichetta per mostrare la più profonda sensibilità legata al sentimento è, senza dubbio, solo una delle infinite lezioni che si possano apprendere da chi ha coltivato l’arte dell’amore e ha fatto di quest’ultimo un’opera.

Ennio Morricone riceve l’Oscar onorario consegnatogli da Clint Eastwood (2007)

Le musiche di Ennio Morricone: poesia sul pentagramma

«Devo cercare di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico, ma soprattutto deve piacere anche a me, perché altrimenti non sono contento. Io devo essere contento prima del regista. Non posso tradire la mia musica.»

“Non posso tradire la mia musica”. Si fortifica maggiormente l’idea di un rapporto d’amore nei confronti dell’opera d’arte. “Che tipo di amore?” ci si potrebbe chiedere. Coniugale? Paterno? L’approccio di Ennio Morricone nei confronti della musica, sembra trascendere da ogni diversificazione del sentimento amoroso, che invece si manifesta in forma assoluta. La musica del maestro va ben oltre la semplice funzione di accompagnamento e arricchimento della pellicola. Essa potrebbe sostituirsi alle immagini grazie alla sua infinita potenza evocativa ed emotiva.

Se dalla generalità delle opere del maestro ci si sofferma sul singolo capolavoro, la complessità dell’approccio sentimentale emerge e si amplifica in un climax di sensazioni man mano che si procede verso la fase terminale della colonna sonora e, di conseguenza, dell’opera cinematografica.

Si pensi a Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. La colonna sonora è una costante serenata nei confronti della vita, della propria terra, della giovinezza e della propria amata. Al tempo stesso, le carenze offerte dalla propria esistenza vengono colmate dalla passione per l’arte e in particolare per il cinema. Le immagini e i dialoghi permettono una comunicazione tra personaggi dalla specifica identità. La musica narra invece una storia senza comunicarne il protagonista. Si diventa automaticamente parte di quella narrazione, così travolgente da far dimenticare di essere seduti sul divano di casa, in un cinema, sul sedile di un mezzo durante il viaggio. Nella più completa immersione, balena quel sentimento d’amore che nella musica di Morricone funge da baricentro tra brivido e lacrima.

Frame tratto da Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988)

Ennio Morricone e Sergio Leone: il sodalizio perfetto

«I personaggi di Omero non sono altro che gli archetipi degli eroi del West. Ettore, Achille, Agamennone non sono altro che gli sceriffi, i pistoleri e i fuorilegge dell’antichità.»

Sergio Leone

Partendo dalle tematiche e dai personaggi dell’epica omerica, Sergio Leone fonda il suo linguaggio cinematografico incentrandolo sull’individualità del protagonista e sulle sue gesta in una terra spesso contesa da molti. Il tanto ambito e nobile obiettivo degli eroi greci si trasforma, nel cinema western di Leone, in un oggetto tanto desiderato quanto terreno, materiale. L’affascinante Elena di Troia diventa un bottino da duecentomila dollari. Con un simile parallelismo, Sergio Leone disegna un perfetto identikit dell’uomo moderno, alla continua ricerca di una propria realizzazione che culmina nell’inseguimento di un oggetto dal solo valore monetario. Gli Stati Uniti dell’800 fungono da perfetto sfondo per una molteplicità di attriti e scontri verbali, conflitti a fuoco e sfide all’ultimo sangue. In quel cinema western dalle forti influenze di Kurosawa, Ennio Morricone ha saputo enfatizzare i ruoli dei personaggi con musiche dalla grande estetica, a volte energiche, altre più intime e sentimentali, altre ancora ironiche.

Sergio Leone ed Ennio Morricone

Per un pugno di dollari (1964)

«Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto»

La colonna sonora della prima pellicola che nasce dalla collaborazione dei due geni romani, fa il suo ingresso nei titoli di testa con la chitarra e il celeberrimo fischio di Alessandro Alessandroni, che collaborerà con Morricone nei successivi due film della trilogia del dollaro, tanto da essere soprannominato “fischio” da Federico Fellini. La traccia finale balena nel film con l’esplosione di dinamite che Joe (Clint Eastwood) fa esplodere per celebrare la propria entrata a San Miguel. Qui, la sfida finale con la famiglia Rojo e in particolare con il capo, Ramon Rojo (Gian Maria Volontè).

Un tema musicale ove la tromba conquista lentamente la scena. Un crescendo che solo Morricone avrebbe potuto realizzare così egregiamente. La rivalità tra Joe e la famiglia Rojo termina con una scena a dir poco iconica, ripresa anche nel finale di Ritorno al Futuro – Parte III.

Frame tratto dalla scena finale del film

Per qualche dollaro in più (1965)

L’anno successivo, Morricone e Leone continuano la propria collaborazione con un’opera magnifica che introduce un nuovo elemento presente in ogni altro capolavoro futuro della filmografia del regista: il sentimento. L’apatia del Monco (Clint Eastwood), un pistolero in cerca di soldi, trova il suo corrispettivo meno interessato al denaro e più malinconico nel colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef). Il rapporto di quest’ultimo con sua sorella e i continui flashback che tormentano il nemico comune, l’Indio (Gian Maria Volontè), culminano nella melodia di un carillon che più volte compare durante la visione del film. La mente geniale di Morricone ha saputo convertire il dolce suono di un carillon in una sequenza che genera un’eterna attesa del momento decisivo. Ad ogni nota del carillon sembra corrispondere un ricordo del passato, una vita andata, il desiderio di una vendetta che presto si risolverà con uno scontro diretto.

Il colonnello Douglas Mortimer e l’Indio mentre regge il carillon

Il buono, il brutto, il cattivo (1966)

Terzo anno di collaborazioni tra il compositore e il regista. La trilogia del dollaro si conclude con questa perla che il regista Quentin Tarantino inserisce al primo posto nella classifica dei suoi film preferiti. Si confermano Clint Eastwood e Lee Van Cleef che interpretano rispettivamente il Biondo e Sentenza. Al cast si aggiunge Eli Wallach interpretando il messicano Tuco Ramirez.

Il tema principale della colonna sonora, a detta di Morricone, è un perfetto ibrido tra tragedia e ironia. Il fischio di Alessandroni, già presente nei precedenti due film, fu fortemente desiderato da Sergio Leone anche per il terzo film della Trilogia del dollaro. Una delle prime tracce, Il tramonto, accompagna l’arrivo a cavallo di Sentenza ed è stata riutilizzata in Kill Bill Vol. 2 di Tarantino. La pellicola, con un’abile gioco di intrecci di eventi, permette ai tre personaggi citati nel titolo di consumare gli attriti e di ottenere brevi vantaggi per giungere alla cassa piena di dollari.

Il film può considerarsi in numerosi momenti un’allegoria della vita in chiave ironica, sottolineando la commedia che si cela dietro l’esistenza umana, ricca di disavventure, scontri, nemici e ambizioni. Notevole è il lavoro di Morricone che traduce in maniera efficace questa visione. Il tema del deserto risulta tra i più imponenti della colonna sonora. La lunga sequenza di immagini che mostrano sabbia rovente e luce accecante, incatenano lo spettatore in quella che in termini deandreiani può essere definita una prigione senza confini.

Tuco e il Biondo nel deserto

Toccante è l’incontro tra Tuco e il fratello Pablo, interpretato da Luigi Pistilli, frammento di un nucleo famigliare ormai sgretolato da anni. In un film che lascia poco spazio a sfoghi sentimentali dei protagonisti, l’incontro con il fratello presso la missione di San Antonio è una vera pugnalata dalla grande forza. Le rigide condizioni iniziali di vita di Tuco e dei suoi fratelli, hanno costretto questi ultimi a scegliere tra la vita ecclesiastica e quella criminale, paragonabile allo stile di vita contemporaneo che limita notevolmente le scelte del singolo individuo.

Il buono, il brutto, il cattivo: il cimitero di Sad Hill

La fase conclusiva del capolavoro gioca sapientemente sulle attese, i desideri, le paure e gli sguardi dei tre pistoleri. L’estasi dell’oro, con la voce unica di Edda Dell’Orso e Il Triello, con gli impeccabili assoli di tromba di Michele Lacerenza, segnano definitivamente la storia del cinema e della musica applicata all’immagine. L’introduzione al pianoforte subito dopo l’impatto di Tuco con una delle lapidi. La corsa sfrenata alla ricerca della tomba di Arch Stanton immortalata da una cinepresa che gira vorticosamente su se stessa. Lo scontro a tre nell’arena circolare. Tutte sono l’equivalente delle grandi opere d’arte del passato. Cambia solo il medium di espressione dell’immagine. A queste si aggiungono le componenti del dialogo e della musica che affinano l’esperienza sensoriale e rendono il cinema, una delle forme d’arte più complete in assoluto.

Le note nella sezione finale, i silenzi che accentuano la suspense, i tagli dell’inquadratura sugli sguardi tesi e feroci, permettono di vivere la scena con un coinvolgimento spiazzante. A più di 50 anni dalla sua uscita nelle sale, questo film continua a costituire per l’umanità una lezione di grande, immenso cinema.

Il Triello

C’era una volta il West (1968)

C’era una volta il West (1968). Giù la testa (1971). C’era una volta in America (1984). Bastano i ricordi di poche scene e le musiche di questi pilastri del grande schermo perché un brivido scenda automaticamente lungo la schiena. Le tematiche cominciano ad allontanarsi dalle precedenti per dare spazio a concetti più complessi. Con C’era una volta il West, Sergio Leone continua il filone western che questa volta sembra andare ben oltre la semplice definizione di genere cinematografico.

Al desiderio di vendetta di Armonica (Charles Bronson) va ad aggiungersi un gioco di sguardi che questa volta celano un amore mai rivelato. I dialoghi del personaggio con Jill McBain (Claudia Cardinale) vengono amaramente troncati da un silenzio che lascia trapelare una passione destinata a rimanere inesplosa. Ancora una volta, i silenzi e le impassibili espressioni si sostituiscono al dialogo e la musica, questa volta più soave, trasporta un’inedita intimità e sofferenza. Il tema dell’armonica è indubbiamente una grande dimostrazione di musica applicata al momento specifico della storia. Ogni nota suonata corrisponde a un respiro che va via via affaticandosi per diventare un doloroso lamento e infine spirare.

Armonica (Charles Bronson) in una scena del film

Giù la testa (1971)

Siamo nel 1913 in piena rivoluzione messicana. Le discutibili azioni del bandito Juan Miranda (Rod Steiger) e il suo incontro con il tormentato ex militante dell’IRA John H. “Sean” Mallory (James Coburn), rendono Giù la testa uno spaccato dalla imponente drammaticità in un momento storico che scuote gli animi con la rivoluzione ma al tempo stesso genera disillusione nei confronti di quest’ultima.

«Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto” […] Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!»

Il tema musicale di Sean è sicuramente tra i più celebri delle composizioni del maestro, riuscendo a trarre la sofferenza e la nostalgia di un amore passato, del tradimento di un’amicizia conclusasi in un atto di estrema violenza.

Sean (James Coburn) e Juan (Rod Steiger) in una scena del film

C’era una volta in America (1984)

Un flauto di Pan riempie le strade della periferia newyorkese. Cinque giovani ragazzi costruiscono il loro futuro in una città che odora di corruzione, sangue e polvere da sparo. Il contrabbando durante il proibizionismo sembra l’unica fonte di sopravvivenza in una realtà che non lascia filtrare neanche un filo di luce. Dopo la serie di film western, Sergio Leone sembra voler parlare di un’America nuova, che dopo aver varcato l’uscio del XX secolo, non abbandona l’idea del conflitto ma anzi, esso non si consuma più nelle distese desertiche del Texas ma esplode nelle strade delle grandi città in violenti scontri tra gang sotto gli occhi di una polizia corrotta e spettatrice. Ennio Morricone, con questo capolavoro compositivo, completa il suo sodalizio con Sergio Leone che morirà cinque anni dopo il suo ultimo film, nel 1989.

L’esistenza di Noodles (Robert De Niro) macchiata e marchiata in eterno non esclude però un amore decennale verso l’affascinante Deborah Gelly (Elizabeth McGovern) che presto si consumerà, dopo anni passati senza incontrarsi, in un approccio violento e distruttivo per entrambi.

«Nessuno t’amerà mai come t’ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te e mi dicevo: “Deborah esiste, è la fuori, esiste!” E con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me?»

La dichiarazione di Noodles a Deborah

Il tema di Deborah spezza il cuore. Non esiste nulla di più romantico e straziante. Quasi interamente realizzata con un magistrale uso degli archi, la traccia riesce a dar colore al grigiore delle strade di New York e luce all’oscurità della vita dei personaggi. Pur portando ossigeno in un’esistenza satura di disgrazie e rimorsi, Deborah’s Theme toglie il fiato a ogni ascolto. La colonna sonora di C’era una volta in America colpisce in profondità, scava sotto la pelle e provoca estasi mista a dolore. Una qualità per tutti inarrivabile che Morricone ha raggiunto e superato nettamente. È uno di quei rarissimi casi in cui utilizzare la parola “capolavoro” non è assolutamente una forzatura.

Noodles (Robert De Niro) e Deborah (Elizabeth McGovern) in una scena del film

Il tocco universale di Ennio Morricone

Se il sodalizio del maestro con Sergio Leone ha sicuramente dato i frutti più celebri, le collaborazioni con altri registi hanno dato la possibilità a Morricone di spaziare con generi diversi e nuovi linguaggi cinematografici. Ne sono un esempio il romantico e già citato Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore e altre opere del regista siciliano: La leggenda del pianista sull’oceano (1998), Malena (2000), Baarìa (2009), La migliore offerta (2013).

I western La resa dei conti (1967) di Sergio Sollima, Da uomo a uomo (1967) di Giulio Petroni, Il mio nome è nessuno (1973) di Tonino Valerii, Il mercenario (1968) di Sergio Corbucci.

Le commedie Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981) firmate Carlo Verdone. La trilogia della nevrosi di Elio Petri, con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), La classe operaia va in paradiso (1971) e La proprietà non è più un furto (1973).

E ancora Metti, una sera a cena (1969) di Giuseppe Patroni Griffi, Sacco e Vanzetti (1971) di Giuliano Montaldo, Revolver (1973) di Sergio Sollima, Allonsanfàn (1974) di Paolo e Vittorio Taviani, Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci, La Cosa (1982) di John Carpenter, e The Mission (1986) di Roland Joffé.

Padre Gabriel (Jeremy Irons) suona l’oboe in una scena di The Mission, traccia della colonna sonora che verrà appunto denominata Gabriel’s Oboe

Un Oscar dall’emporio di Minnie

Il 15 giugno 2015, in occasione della 60° edizione del David di Donatello e della premiazione di Quentin Tarantino per Pulp Fiction e Django Unchained, il regista statunitense ed Ennio Morricone hanno annunciato un’imminente collaborazione che ha visto la luce nel film The hateful eight.

L’ammirazione di Tarantino nei confronti del maestro italiano, è sempre stata evidente. I due volumi di Kill Bill, Bastardi senza gloria e Django Unchained riprendono e riadattano numerose tracce di diverse colonne sonore del compositore. Poter godere oggi di un’opera cinematografica tarantiniana con una colonna sonora originale del maestro, è senz’altro una delle più emozionanti esperienze che un appassionato di cinema e musica possa vivere.

Tarantino ha più volte dichiarato di aver ricevuto da Ennio Morricone una colonna sonora perfetta per un film horror. Il che non dispiacque assolutamente al regista che voleva concepire la pellicola impreziosendola con atmosfere minacciose, personaggi grotteschi e una violenza verbale e carnale molto esplicita. E il risultato è semplicemente magnifico. La prima traccia della colonna sonora, L’ultima diligenza di Red Rock, accompagna i titoli di testa e fa presagire ciò che le successive tre ore offriranno allo spettatore.

Ambientato quasi interamente nell’emporio di Minnie Mink, il film ha riscosso enorme successo, con tre candidature all’Oscar e uno vinto: quello del maestro.

Ennio Morricone e l’Oscar per The Hateful Eight (2016)

«Non voglio disturbare»

«Io, Ennio Morricone, sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati vicini ed anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. Ma un ricordo particolare è per Peppuccio (Giuseppe Tornatore) e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare. Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e la mia famiglia gran parte della mia vita. Voglio ricordare con Amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari, e far sapere loro quanto gli ho voluto bene. Un saluto pieno intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, mia nuora Monica, e ai miei nipoti Francesca, Valentina, Francesco e Luca. Spero che comprendano quanto li ho amati. Per ultima Maria, ma non ultima. A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. A lei il più doloroso addio.»

6 luglio 2020. Il risveglio più doloroso. “Un fulmine a ciel sereno” hanno detto in tanti. Figurativamente, un fulmine implica che qualcosa si accenda improvvisamente, si carichi per impattare violentemente. La scomparsa di Ennio Morricone è più riconducibile a una sfumatura. Una dissolvenza. Come le tante e magnifiche in fase di chiusura di ogni suo capolavoro. In quel ciel sereno non balena alcun fulmine. È il cielo stesso a mutare, a veder spegnere quel sole che dall’alba dell’umanità, scalda e illumina. Tutto è improvvisamente nero. Non ancora pronto a ripartire e a illuminarsi di luce propria. Si tornerà presto a brillare con ogni singola fiamma degli artisti che tanto sosteneva e che tanto lo ammiravano.

Si legge “c’era una volta” e si pensa subito a Morricone. Noi aggiungiamo che c’è e ci sarà in eterno. A lui il più sincero ringraziamento.

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