Eustis è un satiro, ma non ha corna né zoccoli. Come tutti i satiri la voglia di ubriacarsi e far festa non gli manca, ma è solo: per colpa di una maledizione impostagli dalla dea Artemide ha smarrito Dioniso e il suo seguito. Isolato dal tiaso del dio, è costretto a vivere come un senzatetto in un campo di girasoli, facendo oracoli in cambio di una bottiglia di vino, fino al giorno in cui l’incontro con un fantasma gli darà la possibilità di riscattarsi.

Comincia così Il dio vagabondo, racconto fantastico di Fabrizio Dori (Uno in diviso, Gauguin, l’altro mondo) ambientato l’antica Grecia e la contemporaneità e pubblicato in Italia da Oblomov.

Il dio vagabondo oblomov

Gli dei sono tra noi

L’intera storia raccontata da Dori ruota attorno ad una semplice premessa: gli dei antichi non sono mai scomparsi. Vivono in mezzo a noi, appartati e dimenticati, spesso malsopportando una modernità che ha accantonato il mito e il fantastico. È un idea che deve moltissimo all’intuizione dell’American Gods di Neil Gaiman, ma che Dori qui declina in maniera molto più surreale e simbolica: le divinità incontrate (Ares, Pan, Ecate, Venere, il Morfeo già raccontato da Gaiman in Sandman) sono tappe di una lunga quête che impegna il satiro Eustis ed i suoi due compagni di viaggio, un fantasma in cerca di riscatto e il Professore, un vecchio coltissimo.

Il tono della storia, pur adattando le divinità antiche ai nostri tempi (come nel caso di Ares, ritratto come un violento complottista), non cerca mai l’aderenza alla realtà quotidiana: diversamente da Gaiman, non sono gli dei a doversi adattare alla vita contemporanea, ma siamo noi lettori a scivolare nei meccanismi del mito e della fiaba. Seguiamo quindi il viaggio di Eustis e dei suoi compagni alla ricerca del dio Pan, che deve ricongiungersi con l’amata Selene prima del plenilunio, fino all’inevitabile lieto fine.

Il dio vagabondo oblomov

L’aspetto grafico

Pur presentando una storia piacevole, il vero punto di forza di quest’opera sono le tavole. Dori gestisce la griglia alla perfezione, imbastendo una narrazione ricca di citazioni. Ci sono la pop-art, Klimt, gli espressionisti tedeschi, i preraffaelliti nei colori e nelle figure. E, soprattutto, c’è Van Gogh, specie nei paesaggi. Non è un caso che a lui sia dedicato un intero capitolo della storia, che comincia proprio in un campo di girasoli. I colori sono fortemente saturi, quasi acidi, ed il tratteggio talvolta diventa denso come delle pennellate.

Le citazioni e gli omaggi, tuttavia, non ostacolano la lettura e, in generale, non appesantiscono la narrazione: le pagine scorrono veloci, lasciando il lettore affascinato dalle soluzioni grafiche. Nel complesso Dori si rivela un disegnatore maturo, nel disegno e nella narrazione.

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Il dio vagabondo: in conclusione

Il dio vagabondo di Fabrizio Dori, pubblicato da Oblomov è un graphic novel raffinato e solidissimo che trova i suoi punti di forza nelle suggestioni fantastiche della narrazione e soprattutto nell’incredibile cura dei disegni e dei colori. Da non perdere.

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