Il silenzio degli innocenti è un film di Jonathan Demme del 1991, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris. È diventato un film di culto grazie all’intrigante trama e soprattutto grazie alle fantastiche interpretazioni di Jodie Foster e di un magistrale Anthony Hopkins nei panni rispettivamente di una giovane e promettente recluta dell’FBI, e di un folle psichiatra rinchiuso in un carcere di massima sicurezza per accuse di omicidio e cannibalismo.

Non è un caso, infatti, che entrambi abbiano ricevuto l’Oscar come migliore attore e attrice protagonista l’anno seguente, nel 1992.
Stesso riconoscimento che ebbe Jonathan Demme come miglior regista e che l’anno dopo, nel 1993, avrebbe diretto un altro colossal del cinema, Philadelphia.

Inoltre, Il silenzio degli innocenti vanta un primato invidiabile. Infatti, insieme ai due film Accadde una notte di Frank Capra e Qualcuno volò sul nido del cuculo di Tomaš Forman, ha vinto i cinque Oscar più ambiti e prestigiosi, ricevuti dall’Academy Award per il miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior regista, miglior sceneggiatura non originale (Ted Tally) e miglior film.

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Locandina del film

La recensione de «Il silenzio degli innocenti»: trama

Clarice Starling (Jodie Foster) è una giovane recluta dell’FBI e viene incaricata da un suo dirigente, Jack Crawford (Scott Glenn), di risolvere alcuni casi di omicidi di un sadico serial killer, chiamato Buffalo Bill (Ted Levine).
Tuttavia, il vero compito di Clarice è persuadere un detenuto del manicomio criminale, accusato di omicidio e cannibalismo e rinchiuso lì da otto anni, Hannibal Lecter (Anthony Hopkins).

Jack ritiene infatti che Hannibal possa conoscere l’identità del nuovo assassino e che possa rilasciare informazioni indispensabili per risolvere l’indagine.
Jack e il direttore del manicomio, il dottor Chilton (Anthony Heald), avvertono Clarice del rischio di incontrare Hannibal. Lei non deve rivelare nulla di sé stessa o dare informazioni riguardo la sua vita privata.

Fin da subito Hannibal sembra mostrare capacità mentali fuori dal comune. Infatti, Clarice capisce che avere un rapporto diretto e sincero con lui può aiutarla nel suo intento.
Tra i due infatti nasce un forte legame confidenziale che spinge Clarice a parlare della morte del padre e di un ricordo d’infanzia: una scena lancinante di agnellini macellati e del loro pianto disperato (in origine infatti, il titolo del film nasce da qui, in italiano tradotto poi ne Il silenzio degli innocenti).

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Hannibal con la museruola

Clarice riesce a ricevere alcune informazioni fondamentali per la soluzione del caso e Hannibal, grazie alla sua preziosa collaborazione, viene trasferito e rinchiuso in un carcere che gli concede maggiore libertà.
Tuttavia, egli riesce a fuggire e a far perdere le sue tracce e Clarice, una volta trovato il covo del serial killer, riesce a ucciderlo e a salvare Catherine, la figlia di un importante politico statunitense e ultima ragazza e essere stata rapita da Jame, vero nome di Buffalo Bill.

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Gli agnelli hanno smesso di gridare?

Dopo la soluzione del caso, Clarice viene promossa come agente speciale dell’FBI e durante i festeggiamenti riceve una telefonata.
È Hannibal. Esordisce con una domanda facendo riferimento alla soluzione degli omicidi: “Bene Clarice, gli agnelli hanno smesso di gridare?”
La telefonata dura soltanto pochi secondi, lo psichiatra non rivela il luogo in cui si trova e termina il dialogo con una locuzione diventata celebre: “Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena stasera. Addio.” Il tutto, guardando il lontananza il dottor Chilton.

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Clarice e il colloquio con Hannibal

Follia e sentimento: un viaggio introspettivo

Solitamente, quando si osserva un quadro si rimane in silenzio per riuscire a immergersi in esso e cogliere qualsiasi emozione possa trasmettere.
È la stessa sensazione che si vive quando si vede un film grandioso e monumentale.
E Il silenzio degli innocenti è certamente uno di questi.

Si rimane esterrefatti e letteralmente senza parole dinanzi a interpretazioni del genere.
E quando un attore riesce a immedesimarsi pienamente nel personaggio, e a incidere anche semplicemente con uno sguardo, un atteggiamento o una postura, si può soltanto rimanere in silenzio e guardare stupefatti, sperando che quel momento possa non finire mai e vivere ancora di più, le sensazioni e le emozioni che solo il grande schermo riesce a diffondere.

È quello che accade nelle prime scene del film, nel primo incontro tra Clarice e Hannibal.
Lui è un genio, acuto osservatore e possiede peculiarità fuori dal normale; percepisce e trae informazioni da Clarice senza che lei pronunci una parola.
Un rapporto di amicizia, di confidenze e riflessioni, una relazione quasi paterna, un’illusione effimera che porta a provare affetto e un sentimento di attaccamento nei confronti di Hannibal.

Uno sguardo fisso senza battere mai le ciglia. Respiro lento e rassicurante. Postura ferma e decisa.
Anthony Hopkins in questo film non fa uno psicopatico, lo è.

Infine Clarice che dopo la morte del padre si illude di trovare in lui una figura confortante e amorevole, e che la spinge a raccontare di lei, delle sue paure e dei suoi tormenti.
Una vera e propria analisi introspettiva come fosse paziente di quel dottore tanto folle quanto rassicurante, che sprona e colpisce Clarice dove sa e che si congeda da lei con una domanda che racchiude tanti significati: gli agnelli hanno smesso di gridare?

Probabilmente sì. Non gridano più e Clarice ha superato i suoi turbamenti e le sue angosce legate all’infanzia.
È riuscita a raggiungere i suoi sogni e a diventare un’agente. Non sente più alcun grido. Solo silenzio.

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Recensione de «Il silenzio degli innocenti»: dietro le quinte di un colossal cinematografico

Il silenzio degli innocenti usciva nel febbraio del 1991 e tra qualche giorno compie trent’anni.
Come sempre, dietro alle grandi opere si celano alcune curiosità davvero particolari.
Il regista Jonathan Demme voleva come protagonisti Sean Connery e Michelle Pfeiffer ma entrambi rifiutarono la parte; per come è andata a finire, forse meglio così!
Inoltre, Anthony Hopkins compare nel film soltanto sedici minuti, ma ciò non condizionò la sua candidatura agli Oscar, riconoscimento vinto meritatamente data la sua interpretazione mozzafiato.

Adesso non rimane altro che celebrare l’anniversario di questo capolavoro! E c’è soltanto un modo per farlo: rivederlo e magari accompagnarlo con un bel piatto di fave e un buon Chianti!

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