1976. A poco più di un anno dalla fine della guerra, il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud si riunificano. Il pilota Niki Lauda rimane ferito in un incidente presso il Nürburgring, durante il gran premio di Germania. È l’anno d’esordio dei Ramones, che pubblicano il primo e omonimo disco, e quello di Presence dei Led Zeppelin.

In Italia, Francesco Guccini dà alla luce Via Paolo Fabbri 43 e Francesco De Gregori incide Bufalo Bill. I figli di Dune, scritto da Frank Herbert, costituisce il terzo volume del ciclo fantascientifico di sei romanzi del ciclo di Dune. Alberto Burri comincia la realizzazione dei cellotex e Sandro Chia si dedica ai primi dipinti neoespressionisti. Nelle sale cinematografiche viene proiettato il capolavoro di Martin Scorsese, Taxi Driver, insieme a Novecento di Bernardo Bertolucci, Carrie di Brian De Palma e Il Casanova di Federico Fellini. Al contempo, Godfrey Reggio e il direttore della fotografia Ron Fricke cominciano a girare le sequenze per un film sperimentale documentaristico che necessiterà di ben sei anni di riprese, presentandosi al grande pubblico nel 1982.

L’enigmatico titolo è Koyaanisqatsi: Philip Glass (già noto e attivo dagli anni ’60) per la composizione della colonna sonora. Ron Fricke a curare fotografia e montaggio. Godfrey Reggio alla regia.

In alto, da sinistra: incidente di Niki Lauda al Nürburgring, l’album d’esordio dei Ramones, Presence dei Led Zeppelin, Via Paolo Fabbri 43 di Francesco Guccini, Bufalo Bill di Francesco De Gregori. In basso, da sinistra: lo scrittore Frank Herbert, cellotex di Alberto Burri, Robert De Niro in Taxi Driver, una scena di Novecento di Bernardo Bertolucci, Sissy Spacek in Carrie.

Lo scambio reciproco tra linguaggio sonoro e linguaggio visivo

Il film sperimentale di Reggio nasce dall’esigenza di fornire un punto di vista che, con iniziale distacco, possa entrare gradualmente nella sfera sociale dell’essere umano per mostrarne gli aspetti fondamentali, i gesti gesti abituali e gli altrettanto abituali luoghi. Per adempiere a tali fini narrativi, regista e compositore sintetizzano concetti dall’elevata complessità in musica e immagini suggestive. A consolidare alla perfezione il rapporto audio-video, un processo tecnico che contribuisce enormemente alla riuscita della pellicola: il montaggio. I cambi repentini di inquadratura e gli attacchi e stacchi strumentali coincidono alla perfezione e consentono allo spettatore di concepire l’opera come un filo frammentato che trova la sua unità nella sequenzialità e nell’effetto loop.

In Koyaanisqatsi, Philip Glass e Godfrey Reggio lavorano dunque in parallelo e stabiliscono un continuo contatto nell’intreccio tra riprese e colonna sonora, come a voler costituire un DNA macroscopico che contenga, non il patrimonio genetico di un singolo individuo ma quello storico dell’intera umanità.

A sinistra, il regista Godfrey Reggio. A destra, il compositore Philip Glass.

Una lettura scandita dalle tracce

L’assenza di dialoghi e la continuità della musica fanno sì che venga percepita una suddivisione interna della pellicola corrispondente alle differenti tracce musicali. Diventano perciò più nitide le finalità di ogni fase del film, ovvero quelle di avvicinamento e approccio all’essere umano. La colonna sonora composta da otto brani concorre al frazionamento dell’opera cinematografica in otto immaginari capitoli in cui ritmi visivi e sonori, cromatismi e soggetti costituiscono il complesso narrativo.

1. Koyaanisqatsi

Schermo nero e una sottile linea rossa tratteggiata sono accompagnati da una nota in Re. I tratti si allungano e si presenta, con caratteri duri e netti, il titolo del film. L’apertura è estremamente tetra. Il rosso intenso del testo e la riuscita illusione di una crescita o lenta scolatura del colore, sembra imputare all’essere umano un crimine di cui è ancora ignaro ma che ben presto scoprirà. Il film sperimentale è introdotto dunque dall’omonima prima traccia della colonna sonora e dalla ripetizione con tono grave della stessa parola il lingua hopi. Il significato? Sarà rivelato al termine della pellicola.

Titolo del film.

La prima immagine che Godfrey Reggio rivela, è un dipinto rupestre raffigurante otto sagome antropomorfe di colore nero. Ad alimentare la solennità del momento, l’organo di Philip Glass, strumento che gode di assoluta centralità nella colonna sonora. L’opera comincia così come potrebbe aprirsi un rituale: un ritmo lento destinato a crescere, immagini suggestive che rimandano a un remoto passato collettivo e un atto spirituale da iniziare e concludere con coinvolgimento e riflessione.

L’effigie su roccia è subito seguita dalle immagini rallentate del razzo Saturn V durante il lancio per la missione Apollo 11. In una transizione, migliaia di anni contrassegnati da cambiamenti sociali e culturali e un numero smisurato di scoperte, invenzioni e innovazioni tecnologiche. In pochi secondi sono impressi gli sviluppi dell’umanità che, dall’antica analisi e attestazione di sé, sposta l’attenzione verso l’ignoto, spinta più dalla sete di conquista che di conoscenza. Con la traccia d’apertura Koyaanisqatsi, Philip Glass invita dunque al raccoglimento e ad uno sguardo indirizzato non solo verso lo schermo, ma dentro se stessi con lo scopo di decifrare la propria natura.

Il dipinto rupestre, prima inquadratura del film.

2. Organic

Totale assenza dell’uomo. Le immagini mostrano monumenti che non appartengono alla storia umana, bensì a quella naturale del pianeta. Una sequenza di pochi minuti si sofferma sui giganti rocciosi della Monument Valley marcando l’aspetto desolante, silenzioso ed eterno del luogo geografico. Così lontano dallo spazio in cui si consuma la propria esistenza da poter essere scambiato per un paesaggio extraterrestre. Riprese aeree, panoramiche e campi lunghissimi sono accompagnati dalle lente e lunghe note di Glass, che distende i ritmi e stimola la profondità di sguardo e ascolto.

Poco dopo la metà di Organic, un lento crescendo conduce alla visione dei primi elementi naturali animati, vivi. Emissioni di vapore dal sottosuolo, macchie di vegetazione e ombre delle nubi che, a velocità aumentata, alterano la percezione di un paesaggio finora cristallizzato. Il titolo della traccia rimanda perciò alla crosta terrestre come tessuto epiteliale di un organismo vivo nel profondo e in continuo fermento. I canyon diventano quindi solchi generati dal tempo, rughe di un corpo con una longeva esistenza alle spalle. Dall’altro lato, le distese di sabbia e le delicate increspature provocate dal vento riportano alla candidezza di una pelle giovane e immacolata, generata per erosione dell’antica roccia e che un giorno roccia tornerà ad essere.

Organic sancisce la ciclicità dei processi naturali del pianeta, suddivisi in fasi lungo un arco temporale ben più disteso rispetto a quello effimero dell’essere umano.

Due fotogrammi dalla sequenza Organic.

3. Cloudscape

La sequenza Cloudscape, come il titolo stesso suggerisce, è dominata da immense distese di nubi che si agglomerano e si dissolvono a velocità vertiginosamente maggiori grazie alla tecnica del time-lapse. Nonostante l’alterazione del tempo, si è ottenuto un risultato così visivamente potente da non snaturare le immagini. Tra una ripresa e l’altra, in rari casi, si inseriscono immagini di distese d’acqua e grosse onde a velocità rallentata, in netto contrasto con le rapide evoluzioni e involuzioni dei giganti di vapore. Probabilmente, un ribaltamento dei ritmi dello stesso elemento naturale, fonte della vita sul pianeta, che differisce sia nello stato della materia che nel modo in cui è percepito.

Le atmosfere musicali si fanno più imponenti e orchestrali. Cloudscape è determinata da un improvviso innalzamento del punto di vista e da un viaggio ad elevate altitudini che mostra le sommità del nostro mondo. Un’ascesa dello spirito verso uno spazio incontaminato, molto più incline allo stato etereo che materiale. Un vero e proprio omaggio al sublime ottocentesco e all’impotenza del viandante sul mare di nebbia friedrichiano.

Con la sequenza Cloudscape, terza traccia della colonna sonora di Koyaanisqatsi, Philip Glass e Godfrey Reggio terminano il percorso tracciato nella sfera dei fenomeni naturali del pianeta per abbassarsi definitivamente di quota e approcciarsi lentamente alla superficie terrestre e alle tracce umane dell’era contemporanea.

Alcune immagini tratte dalla sequenza Cloudscape.

4. Resource

Al termine del crescendo di Cloudscape, Resource attacca senza pause o dissolvenze, voltando definitivamente pagina verso un nuovo capitolo che si concentra sulle azioni dell’uomo e sul suo impatto ambientale. Un volo a bassissima quota su distese d’acqua, campi di fiori e rilievi rocciosi è subito smorzato dalle esplosioni e dai polveroni scatenati all’interno di cave. Le sonorità si fanno più dure, minacciose. All’entrata in scena dell’essere umano è accostata una marcia ritmata, impetuosa e sconfortante allo stesso tempo. Il tema musicale si fa perfetta espressione dell’azione conquistatrice e distruttrice. Un breve ritorno alle note di Organic infatti, mostra gli analoghi paesaggi desertici della sequenza precedente, dominati però, non da naturali distese d’acqua e fuoriuscite di vapore, ma da laghi artificiali, emissioni di fumi industriali e fitte reti di cavi e tralicci che invadono il paesaggio sfregiandolo senza pietà.

Durante l’intera traccia Resource, le immagini non subiscono manipolazioni temporali. Ogni ripresa rispetta il naturale scorrere del tempo. Un approccio all’essere umano quanto più fedele possibile alla realtà mostra dunque il suo operato nel settore industriale e le conseguenze sullo spazio circostante.

Alla fase conclusiva della traccia sono accostate riprese di esplosioni atomiche nel deserto, immagini che mostrano ancor più intensamente la tendenza allo sfruttamento delle proprie conoscenze tecnologiche e fisiche per fini che si fanno manifesto dell’involuzione umana.

Alcuni fotogrammi della sequenza Resource.

5. Vessels

Circa otto minuti di un coro dall’andamento sinusoidale. L’inizio di Vessels è contrassegnato da un potente accostamento di due immagini significative: una folla che osserva e fotografa volgendo lo sguardo verso l’alto e un grattacielo che, inquadrato dal basso, scatena il brivido della vertigine. Osservatori e oggetto osservato stabiliscono perciò i diversi ruoli e il dualismo attività/passività che determina ogni azione. Generalmente l’osservato cede le redini all’occhio indagatore, che recepisce, elabora e assimila, divenendo membro attivo dell’atto. Nelle immagini di Reggio, avviene l’esatto opposto. Un imponente monolite di vetro e cemento armato esercita la sua influenza su una folla immobile e venerante. Senza dubbio, una rappresentazione dell’adorazione dal sapore kubrickiano, molto vicina alla scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio.

Con questa traccia di Koyaanisqatsi, Philip Glass dona all’essere umano quella presenza che nella prima parte della pellicola si era raramente manifestata e che nel resto del film si macchierà di un eccessivo protagonismo. L’essere umano conquista non solo l’immagine, ma anche il suono, divenendo, da questo momento in poi, un elemento costante della narrazione.

Per tutta la durata di Vessels, come il titolo stesso suggerisce (vascelli, navi), la manifestazione dell’uomo avviene attraverso il mezzo. Orde di auto che si accodano nel traffico cittadino, aerei in partenza, autostrade e incroci. Ogni individuo è immortalato nel proprio veicolo, in un pinball urbano che mostra gli aspetti più deleteri e alienanti della routine. D’un tratto, dalla serie di automobili in sosta disposte in ordine maniacale si giunge alla visione di schiere di carri armati e aerei da combattimento. Un cambiamento drastico che delinea il paradosso umano, con la libertà del viaggio e dello spostamento da un lato e con l’emblema dell’oppressione e del conflitto bellico dall’altro. Due realtà opposte a distanza di una transizione cinematografica.

Quattro frames che accompagnano la traccia Vessels.

6. Pruit Igoe

Senza dubbio alcuno, il momento più drammatico dell’opera di Godfrey Reggio. Pruit Igoe è l’apoteosi del concetto di decadenza senza però la speranza di un recupero futuro. In definitiva, la sconfitta dell’uomo di fronte all’inevitabile declino di un habitat edilizio da lui stesso architettato.

Pruitt-Igoe è stato un progetto urbanistico messo in atto a Saint Louis, Missouri, a metà degli anni ’50. I palazzi del quartiere appena costruito, cominciarono a versare in uno stato d’abbandono e di noncuranza talmente elevati da costringere il governo federale a procedere con l’abbattimento. Le immagini mostrano le diverse fasi della demolizione del rione e proprio per il sesto brano della colonna sonora di Koyaanisqatsi, Philip Glass sceglie un titolo che richiama il nome del progetto edilizio e crea un riferimento a un’avvenimento con specifica identità.

Le distruzioni edilizie mostrate nella pellicola non appartengono però al solo caso Pruitt-Igoe. Numerose sono le scene di demolizioni o di semplice esibizione dei giganti artificiali. La musica potrebbe narrare in maniera indipendente la tragedia di una cementificazione senza scrupoli che non si avvale neanche del fattore estetico per assegnarsi una valida ragione d’esistere.

Alcune immagini del Pruitt-Igoe a Saint Louis, Missouri.

7. The Grid

La griglia, il reticolo. La sinergia musica/immagine ai suoi massimi livelli d’espressione. L’uomo diventa definitivamente una scheggia impazzita in un circuito di strade, affollati luoghi pubblici, fabbriche e catene di montaggio. La velocità è così elevatamente alterata da generare scie luminose nelle riprese notturne e giungere all’essenza di uno stile di vita all’insegna della routine e della ripetizione nauseabonda degli eventi. Le riprese aeree dello spazio urbano mostrano la disposizione degli edifici, raggruppati in isolati e divisi dalle strade in modo maniacalmente preciso. Alla razionalizzazione degli spazi, alla matematizzazione del suolo cittadino e alla ricerca di un ordine strutturale si contrappongono il caos e la frenesia del singolo abitante.

Come bit in un circuito, i soggetti rispettano e portano a termine un ordine superiore o un comando che la società spinge a imporre a se stessi. Uno schiavismo consapevole e uno sfrenato consumismo sotto le vesti dell’eccitante vita moderna e della condivisione dei medesimi beni. Ad enfatizzare la resa di un mastodontico chip urbano, una saggia scelta fotografica che raffredda i colori e accentua le tinte verdi e un suono graffiato, vibrante, elettronico che apre la traccia musicale.

The Grid è la critica più dura che Reggio avanza nei confronti dell’uomo. Una vita troppo estrema perché possa essere osservata esternamente senza l’ombra di un turbamento. L’essere umano crea la macchina. La macchina crea il prodotto. L’essere umano consuma il prodotto. Un ciclo infinito di produzione e consumazione che costituisce una mietitrice sociale irrefrenabile. Da questi presupposti si giunge alla terza definizione di grid che definisce, in maniera decisamente più pessimistica (o realistica), la condizione umana: la rete.

Fotogrammi della sequenza The Grid.

8. Prophecies

I ritmi si distendono. I toni si placano. Al termine della colonna sonora di Koyaanisqatsi, Philip Glass sceglie saggiamente un ritorno al tema iniziale, al principio. Prophecies è la rentrée di quel senso di solitudine e desolazione già visto nelle inanimate vallate rocciose di inizio film, che ora si ripresenta negli sguardi dei soggetti. Se il tema musicale nei primi minuti della pellicola era carico di un’inspiegabile solennità, ora induce invece alla meditazione sulla propria storia e sulle azioni irreversibili del passato. Ogni persona inquadrata precedentemente, compariva per pochi istanti, spesso con la stessa rilevanza di uno spot che fora lo schermo da un lato e sparisce dall’altro. Immortalato nel suo rapido passaggio, ogni soggetto non portava a riflettere sulla propria anima, bensì sul proprio ruolo e sulle sue funzionalità, al pari di un congegno dal corpo organico.

I primi piani che Reggio mostra in questa sequenza, permettono invece di cogliere aspetti che vanno al di là della materia e della funzione. Vengono rilevate finalmente le anime, le storie, i sogni dietro occhi ridenti o smarriti. Ogni fotogramma esamina una condizione soggettiva unica e ciascun ritratto delinea un profilo collettivo più complesso, ove non regna un sentimento univoco ma un altalenante apprezzamento della vita.

In seguito, Reggio mostra l’esplosione in volo del razzo Atlas-Centaur del 1962 (riprese tra l’altro proiettate sul Mr.Screen dei Pink Floyd, nel tour del ’74 durante l’esecuzione del brano Any Colour You Like). Nonostante non vi sia una correlazione storica con il razzo dei primi minuti dell’opera, vi è però senza dubbio un nesso ai fini della narrazione. Il desiderio espresso da Reggio è la momentanea sospensione della corsa allo spazio per la tutela e preservazione della natura dall’azione umana. A sostenere maggiormente l’ideale sono le profezie in lingua hopi nella sezione centrale della traccia musicale. Il significato sarà rivelato, come quello del titolo, alla fine del lungometraggio.

Life out of balance

Yaw itam it
Awk haykyanayawk
Yaw oova iwiskövi

Naanahoy lanatini
Naap yaw itamit hiita kya-hak
Hiita töt sqwat angw ipwaye
Yaw itam hiita qa löl mat awkökin

Yaw yannak yangw sen kisats
Köö tsaptangat yaw
Töövayani oongawk

Koyaanisqatsi

Le tre profezie in lingua hopi si concludono. La caduta dei detriti dell’Atlas-Centaur è seguita da una lunga dissolvenza su un dipinto rupestre simile a quello della prima immagine del film. La pellicola si chiude ciclicamente, con un ritorno alle origini dell’essere umano e al suo stato naturale, primitivo.

Immagine conclusiva di Koyaanisqatsi.

Due schermate testuali in chiusura, esplicano il significato del titolo del film e del testo del brano Prophecies. Un monito che denuncia lo stile di vita contemporaneo dell’essere umano, deleterio per se stesso e per la realtà circostante.

Ko.yaa.nis.qatsi (dalla lingua Hopi):

  1. Vita sregolata. 2. Vita in tumulto. 3. Vita non equilibrata. 4. Vita in disfacimento. 5. Una condizione di vita che richiede un altro stile di vita.

Traduzione delle profezie Hopi cantate nel film:

  • “Se estraiamo le cose preziose dalla terra, provocheremo il disastro.”
  • “All’avvicinarsi del Giorno della Purificazione, saranno tessute ragnatele da un’estremo all’altro del cielo.”
  • “Un giorno potrebbe essere gettato dal cielo un contenitore di ceneri che brucerà la terra e farà bollire gli oceani.”

Il vocio di persone accompagna i titoli di coda. Un rientro nella sfera d’osservazione abituale dopo un’ora e venti minuti di estraniazione dal contesto a cui si appartiene. Koyaanisqatsi non è un film sulla vita. Koyaanisqatsi è la vita impressa su pellicola. Ciò rende questo capolavoro un ibrido tra opera sperimentale e documentario con testimonianze di un passaggio reale su questo mondo. Non esistono attori. Non c’è sceneggiatura. Esistono persone, che esternano lo stato interiore attraverso espressioni fisiche e mai verbali. La lingua degli indiani d’America si fa quindi, vettore di un invito dall’inestimabile valore. L’intero film è uno stimolo a percepire più intensamente il canto della Terra nella lingua di un popolo quasi estinto, che a stretto contatto con la natura ha vissuto sin dal principio.

Oggi come allora, oggi più di allora, l’opera finemente realizzata da Godfrey Reggio e Philip Glass mette in mostra la spietatezza che domina le azioni, la mancata consapevolezza delle scelte errate o, ancor peggio, la cognizione delle conseguenze e l’indifferenza di fronte a esse.

More in:Film&SerieTV

You may also like

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *