“Mondocane”, la locandina, ph. Tony Martorelli.

È Taranto la distopica protagonista dell’esordio alla regìa di Alessandro Celli.

La sensazione che si prova, all’uscita dal cinema, dopo la visione di Mondocane è di forte straniamento ma quasi liberatorio.

Una intensa, dura, catarsi visiva, un viaggio di formazione che spreme il cuore, commuove l’anima tra violenza, crudeltà, amicizia e voglia di riscatto, rinascita.

La pellicola è firmata da Alessandro Celli, alla sua prima regìa, in concorso alla 36.Settimana Internazionale della Critica, alla Mostra del Cinema di Venezia, conclusasi ieri sera.

Un cast importante, di grandi nomi: Alessandro Borghi, Barbara Ronchi, Ludovica Nasti (l’indimenticabile piccola Lila de “L’amica geniale”) e gli esordienti ma sorprendenti Dennis Protopapa e Giuliano Soprano.

Clicca qui per vedere la loro intervista a Venezia 78.

Dennis Protopapa (Mondocane) e Giuliano Soprano (Pisciasotto).

La denuncia ambientale e sociale di “Mondocane”

Nella favela nata all’ombra dell’acciaieria, i figli dell’abbandono sopravvivono senza legge. Dimenticati nella città simbolo di un paese segnato dal degrado ambientale“.

Le parole d’apertura del film di Alessandro Celli
Giuliano Soprano e Dennis Protopapa sul set, nell’occhio del Formicaio.

Raccontare “Mondocane” è quasi d’obbligo da Tarantina o meglio da Tamburina Doc.

La vicenda, infatti, si svolge a Taranto, città dei due mari, divisa davvero a metà: da una parte il Quartiere Tamburi, abbandonato, ormai zona interdetta, distrutta dal disastro ambientale dell’acciaieria, nel quale neanche alla Polizia sfiora l’idea di accedervi e dall’altra, Taranto Nuova, ovattata, alienata dal resto, dall’estrema atmosfera visionaria, futuristica, di cui è consapevolmente ma passivamente prigioniera. Taranto protagonista distopica, Taranto protagonista da brividi.

Le musiche, austere, strattonano nell’intimo, lo spettatore, come fa la gang protagonista. La colonna sonora firmata da Federico Bisozzi e Davide Tomat, accompagna il dualismo crudele di questa città perduta, contaminata e la fragilità dei personaggi. I suoni assordanti, martellanti, metallici rievocano sia il ritmo ossessivo e disilluso della produzione all’acciaieria, sia la distopìa spaventosamente narrata. Una musica elettronica polverosa che, tra inseguimenti, irruzioni, agguati e fughe resta impressa per la sua alta carica drammatica. La fotografia spaventosa, infernale di Giuseppe Maio, completa la visione distopica.

Alessandro Borghi, Testacalda, in una scena del film.

Il film trascina con prepotenza lo spettatore sul suolo tarantino per sbattergli in faccia la cruda e nuda verità ambientale, seppur in un futuro post-apocalittico ma non così lontano dai tempi attuali, visto l’onnipresente dilemma salutelavoro. L‘outfit dei personaggi, la tecnologia da loro utilizzata confermano la vicinanza temporale, dello scenario ipotizzato all’estremo. Una realtà quasi alla Nomadland dimenticata da molti, considerata da pochi e per questo, porre sopra il suo dramma più grande, una lente d’ingrandimento, diventa assolutamente necessario.

Personaggi principali, i due amici per la pelle: Pietro e Christian, soprannominati Mondocane e Pisciasotto, rispettivamente interpretati da Dennis Protopapa e Giuliano Soprano.

I due protagonisti del film.

La simbologia: tra sacro e profano

Una simbologia, quella rievocata nel film, profonda come il mare, anch’esso, in qualche modo, protagonista, risorsa inesauribile e strada per la vita possibile, una vita nuova… e cristiana, a partire dai nomi stessi dei due ragazzini protagonisti: Pietro e Christian. Entrambi piccoli pescatori, conoscitori d’esperienza del blu ionico, dei suoi fondali, da dove riportano in superficie un piccolo crocifisso di qualità pregiata, con stupore e forte senso di protezione.

E sarà proprio Christian a volerlo portare sulle sue spalle, ad aggrapparsi come speranza ultima. D’altronde, nomen omen.

Pisciasotto e Mondocane in una scena del film, sul Mar Piccolo.

Sulle spalle di Christian, in realtà, c’è il peso di una città intera , il ricatto di cui è vittima da sempre, quella croce di intere generazioni senza ossigeno. Quasi come in una Via Crucis, Pisciasotto, appoggia il sacro oggetto, dietro il collo, riportando alla mente l’atmosfera dei Riti della Settimana Santa Tarantina, le Processioni dell’Addolorata, dei Sacri Misteri, famosi in tutto il mondo.

I giovanissimi protagonisti non nazzicano però come i perdoni ma proseguono il cammino, svelti, attenti e pronti ad ogni compromesso… Pur di lasciarsi alle spalle la vecchia vita su quel lurido peschereccio, scenario di vessazioni e abusi, da loro subìti.

Pisciasotto casca più volte per terra, in preda alle crisi epilettiche di cui soffre. Questo è il motivo del denigratorio soprannome attribuitogli. Da quei blackout, però, riesce sempre a riprendersi. Provvidenziale, infatti, il pronto intervento di Mondocane, sempre al suo fianco.

Christian cade giù, sotto il peso della croce, come il Gesù de “La Cascata”, una delle statue più commoventi dei Riti Tarantini, realizzata dall’artista leccese Giuseppe Manzo, nel 1901, esattamente 120 anni fa.

L’unica possibilità per i giovanissimi protagonisti, il solo sogno da realizzare, da sempre, è entrare a far parte della Baby-Gang chiamata “Le Formiche” e capeggiata da Testacalda, magistralmente interpretato da Alessandro Borghi.

Testacalda, interpretato da Alessandro Borghi.

Il ricatto di una generazione: scegliere per sbagliare (Attenzione, allerta spoiler !)

“A noi non piace il destino perché il destino è il contrario della libertà”

La celebre frase di Testacalda nel film.

Nella Taranto distopica protagonista di “Mondocane” non c’è tempo da perdere e non esiste modo di riflettere perché non ci sono alternative al male. Pietro e Christian lo sanno, eppure, almeno all’inizio della loro malsana voglia di rivalsa, entrando nel Formicaio, dimenticano la dura verità.

Il futuro migliore possibile può darglielo solo Testacalda. Lavorare per lui significherà avercela fatta. Un sogno criminale da realizzare ad ogni costo. Per far parte delle Formiche però, bisogna guadagnarsi il posto. Bisogna scegliere di sbagliare, lottare per sopravvivere. Vince solo il più forte e senza scrupoli. Pietro, inizialmente, affascinato, plagiato dal potere delle armi, dalla libertà apparente che Testacalda offre ai bambini orfani, trasformandoli in suoi “soldati” con pistole alla mano e in sella a moto più grandi di loro, sembra davvero disposto a tutto.

Sarà la prova di accettazione/coraggio, ovvero bruciare un negozio di animali, dal nome “Mondocane” ad affibbiare a Pietro, il suo nuovo appellativo. Dietro di questo però c’è molto di più. Mondocane è un’imprecazione, un mondo dove la nuova generazione è popolata da randagi alla ricerca di un leader, di un capo da non tradire, di uno scopo, della gloria, di una vita negata fin dalla nascita perché nati nella parte sbagliata della città. Mondocane rinsavirà proprio quando Pisciasotto diventerà il preferito di Testacalda, capovolgendo l’intera storia narrata nel film.

Una sovversionerivoluzione che arriva grazie anche all’incontro quasi miracoloso con Sabrina, interpretata da Ludovica Nasti: orfana anche lei e che lavorava come volontaria nel negozio bruciato dai due protagonisti con cui stringe amicizia, senza conoscere la verità.

Ludovica Nasti, nei panni di Sabrina, in una scena del film.

La ragazzina come alcuni orfani della città, vive prigioniera in un istituto, porta al polso un braccialetto di sorveglianza, lavora a Taranto Nuova, soffocata e ormai rassegnata ai ritmi del siderurgico. Desiderosa di ritornare “sui Tamburi”, al cimitero, per far visita ai suoi genitori, chiederà aiuto proprio a Pisciasotto e Mondocane, introdottisi furtivamente nella zona nuova, nonostante l’appartenenza alla gang.

L’educazione Criminale in un “Mondocane”

Una testimone chiave, la giovanissima Sabrina, per la coraggiosa Katia: la poliziotta che conduce le indagini sul negozio e che da tempo è sulle tracce del Formicaio per arrestare finalmente Testacalda. Katia, non solo vede in Sabrina, la possibilità di risolvere il caso ma rivede anche sè stessa, il riflesso di una vita passata dall’altra parte della città, che ancora la tormenta.

Sulla sinistra Barbara Ronchi nei panni di Katia; sulla destra Ludovica Nasti, Sabrina.

Nella Taranto distopica protagonista del film, le uniche prospettive sono: o entrare a far parte delle gang del territorio e lottare per la sopravvivenza o diventare prigionieri del lavoro nell’acciaieria o guardie di una legge che legge non è o peggio ancora, la sterilizzazione per chi osa accedere nelle zone vietate. Testacalda lo sa perfettamente e sceglie da che parte stare nella città fantasma.

Testacalda, mille sfumature

Alle acciaierie non si poteva rinunciare, alle persone sì

La riflessione di Testacalda nel film.

Alessandro Borghi non interpreta il classico cattivo ma un personaggio dalle mille sfumature. Il boss del Formicaio ha un sogno sicuramente criminale ma che parte da valori negati. Pianifica una vendetta per la vita non vissuta, usa la violenza, la manipolazione psicologica per restituire, agli abitanti abbandonati dalle logiche produttive della città, dignità, forza, futuro. Dal suo punto di vista e con i suoi metodi, ovviamente. Avvia la sua guerra, in qualche modo, in buona fede.

Alessandro Borghi nei panni di Testacalda.

Testacalda è l’opportunità, l’unica possibile per i randagi della città. Esteticamente ostile fino ai denti: taglio mohicano, baffi a manubrio, sguardo alla Numero 8 di Suburra. Eppure non è semplicemente il capo della Gang “Le Formiche”. Al suo lato estremamente violento, Borghi ha restituito quello più profondo, sensibile, invisibile agli occhi di chi non va oltre. Se fa quello che fa è anche per ciò che lui ha subìto, per il rifiuto e la rabbia per la sua terra contaminata.

E non c’è posto per il perdono, per le preghiere. E così, quel crocifisso portatogli come dono, simbolo, dimostrazione di bravura, da parte di Mondocane e Pisciasotto, viene deriso… Imbracciato come un fucile, una mazza da baseball e infine messo da parte.

Il messaggio di Mondocane

Mondocane e Pisciasotto nella “Cittadella”.

Mondocane e Pisciasotto giocano un “doppiotragico col destino. La rete che li separa dalla vecchia vita, da cui riescono a fuggire, a causa della morte improvvisa e quindi provvidenziale del loro padrone, li avvicina a una nuova vita… che nulla ha di normale, anzi. Come una pallina, rimbalza il mondo stesso, da una parte all’altra della vita, riempiendosi di polvere, di terra rossa come su un campo da tennis. La metafora, qui utilizzata, sottolinea quanto le polveri abbiano diviso famiglie e storie, distrutto sogni e speranze. Non è un caso poi che “L’Ospedale della Cittadella” stesso, il suo reparto oncologico, appaia completamente distrutto, usato addirittura come una delle basi della gang “Le Formiche”. Tutto è inutile in questo scenario distopico. Non esiste cura o soluzione.

Il film Mondocane, come canta Diodato, “Fa rumore”, fortissimo.
Per questo, come affermato da Alessandro Borghi, in una recente intervista per La Repubblica:

“Mi auguro possa contribuire a smuovere le coscienze della politica. La situazione di Taranto tutti la conoscono ma la dimenticano. Quello che si vede nel film potrebbe accadere se tutti fanno finta di niente.”

Alessandro Borghi in un’intervista per La Repubblica, 3/09/2021

Ieri si è conclusa la 78. Edizione della Mostra del Cinema di Venezia e Mondocane è stato l’unico film italiano, in concorso per la sezione autonoma della 36. Settimana Internazionale della Critica”.

L’auspicio è che la pellicola non si trasformi in una piccola goccia di verità, nel cuore del Mar Piccolo.
Piuttosto, un fiume in piena e in grado di scatenare quel senso di rivoluzione, di cui Taranto ha bisogno.

Sabrina e Mondocane in una scena del film.

Federica Brisci
Federica Brisci, classe 1987, considera la parola, il sale per denunciare e l'ossigeno per ricominciare. Corre sulle note della vita con una piuma tra le dita. Come le onde del mare c'è sempre qualcosa da raccontare.

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