La notte degli Oscar si è ormai conclusa da tempo e rispetto alle varie edizioni tenutesi negli scorsi anni, questa è stata una delle più significative. I titoli che sono riusciti a giudicarsi le prestigiose statuette hanno trasmesso, nel cuore degli spettatori e delle spettatrici, importanti emozioni compendiate, quasi sempre, nella ricerca di sé stesso attraverso l’altro. Un tema per nulla casuale, dato i tempi storici nei quali viviamo da più di un anno. E, tra i tanti, la pellicola intitolata Nomadland non si discosta molto da questa tematica.

Nomadland è un film scritto, diretto, montato e co-prodotto dalla regista Chloé Zhao. La visione è possibile recuperarla grazie al canale streaming Disney+. Nomadland, di cui qui vi offriamo una recensione, è stata l’opera che ha consacrato maggiormente il red carpet, riuscendo a conquistare non solo l’oscar alla miglior regia, bensì quello di miglior film e di miglior attrice, ovvero Frances McDormand. Inoltre, la stessa Zhao è riuscita a ottenere il Golden Globe come miglior regista, sempre nello stesso anno. Insomma, un palmares di tutto rispetto.

Nomadland è tratto dal libro Nomadland: Un racconto d’inchiesta, scritto dalla giornalista statunitense Jessica Bruder e pubblicato nel 2017. All’interno del suddetto è possibile apprendere la storia della scrittrice, la quale ha deciso di trascorrere mesi interi all’interno di un camper con il preciso scopo di testimoniare la triste sorte a cui incorrono molti americani. Essi, infatti, come lei stesso documenta, complice i lavori sempre meno redditizi, sono costretti a scegliere se pagare gli affitti e bollette varie o portare il cibo in tavola.

Non riuscendo a sopportare la realtà, abbandonano le loro dimore, con il preciso scopo di viaggiare alla ricerca di lavori più confacenti. Sicché la loro vita è stravolta dal continuo via-vai in lungo e in largo per tutto il loro paese.

Nomadland – recensione: trama

Nomadland

Il 15 settembre del 2008 la celebre società Lehman Brothers, dopo ben oltre 150 anni di attività, è costretta a chiudere. Per sempre. Quel giorno, infatti, le azioni dell’azienda crollarono dell’80% e nel giro di qualche ora venne annunciata la bancarotta. Si trattò di uno dei più grandi fallimenti finanziari della storia mondiale. All’interno di quella società lavorava Fern (Frances McDormand), una donna che, così come tante altre persone, si vide crollare improvvisamente il mondo addosso.

La storia di Nomadland sfrutta questo espediente per narrare una vicenda tutt’altro che unica e singolare. Fern, da quel fatidico momento, è costretta a cambiare la propria esistenza, andando alla ricerca di una nuova ragione per sopravvivere alle varie problematiche. La donna, infatti, ha perso tutto: non solo il lavoro, ma anche il marito Bob, per via di un male incurabile, e la propria abitazione.

Fern, non riuscendo a sopportare il peso dei pagamenti e del lutto, decide di lasciare per sempre la propria casa. Affitta un camper e inizia a vagare per l’America alla ricerca costante di lavori occasionali. Lavora per Amazon, per varie aziende delle pulizie e in alcuni fast food. La sua vita è un continuo cercare e (ri)creare i mezzi di sussistenza necessari per la rispettiva sopravvivenza. Una situazione che, purtroppo, ha coinvolto e continua a coinvolgere una fetta sempre più abbondante di persone.

Nomadland: non solo un semplice film

Nomadland

La caratteristica principale della pellicola di Chloé Zhao è andare oltre l’apparenza del classico film. Sotto un piano puramente tecnico, Nomadland si trasforma gradualmente in un documentario, che ha il preciso scopo di narrare una realtà quasi sempre sottaciuta. E questo, ovviamente, trasmesso attraverso gli occhi e le sensazioni della protagonista. Sin dai primi istanti, infatti, entriamo a conoscenza di Fern e del doppio dolore che è costretta a sopportare da anni, sia per la perdita dell’amore più importante, sia per l’enorme difficoltà a condurre una vita da nomade.

Nomadland è un interessante spaccato riflessivo, dal momento che le analisi messe in evidenzia non si muovono esclusivamente su piano socio-economico, quindi di semplice denuncia. Vi è l’intento di esprimere una realtà che tocca le condizioni esistenziali del singolo individuo, dal momento che questo, infatti, è costretto a vivere nella precarietà più totale; la cui precarietà, trascendendo il piano puramente lavorativo, si riversa nelle stesse istante vitali del soggetto, mutandole, per riflesso, dal di dentro.

Mediante la protagonista, osserviamo il suo dover accettare qualunque forma di impiego e deve lavorare in condizioni estreme, declinate in turni massacranti, pasti frugali e notti trascorse all’interno di un gelido camper. E ciò che più “spaventa” è notare come questo status sia esteso a più persone, le quali, come Fern, condividono un passato difficile, quasi sempre dettato da perdite (lavoro o familiari stretti) e ristrettezze economiche.

Vi è, da parte della regista, il chiaro intento di illustrare una fetta d’America nascosta. Una fetta che si rifiugia nei camper, che è sempre in viaggio verso zone più calde alla ricerca di lavori indispensabili. Un’America che è ben lungi dall’essere quella di Terra Promessa, di luogo da cui si può partire da zero e realizzarsi vivendone un vero e proprio sogno. Ma di un Paese che se da un lato può donare tanto, dall’altro lato può togliere davvero tanto.

Alla ricerca di una pace interiore

Nomadland

Prendendo in prestito, anche solo per un attimo, il pensiero del celebre poeta italiano, Giacomo Leopardi, ricordiamo come, nella fase ultima delle sue riflessioni, l’autore mette in evidenza un dato: dinanzi alla precarietà della vita – soggiogata, per il filosofo di Recanati, dalla perfida Natura – l’essere umano può condurre un’esistenza positiva mediante uno spirito di solidarietà e di condivisione. Solo allorquando comprenda l’importanza del rapportarsi con il prossimo, l’uomo è in grado di migliorare la rispettiva condizione, quindi di rifuggire dalla sofferenza. Cosicché, «andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica di vita».

La protagonista di Nomandland, per tutto il tragitto, riesce a non essere mai sola. La sua sofferenza e condizione sociale, la portano a stringere amicizia con altre persone. Essi hanno la caratteristica di riunirsi in determinati luoghi per lo stesso fine ultimo, ovvero condivere, nel miglior modo possibile, il proprio tempo. Si scambiano pensieri, parole, oggetti, esperienze. Creano delle minicomunità che hanno il preciso scopo non solo di rendere meno duro il viaggio, bensì la stessa esistenza.

Con Fern entriamo a conoscenza dell’RTR, abbreviazione di Rubber Tramp Rendezvous. Essa è una comunità in mezzo al deserto dell’Arizona, gestita da Bob Wells. Egli ha deciso di creare questa piccola società, dove i vari nomadi possono riunirsi pur di non restare da soli. È, in altre parole, «un sistema di supporto per persone che hanno bisogno d’aiuto in questo momento».

Nomadland

Fern arriva in questa comunità grazie a Linda May, una donna conosciuta mentre lavorava da Amazon, anche lei rimasta sola e costretta a condividere le stesse problematiche. Qui la protagonista di Nomadland riesce a conoscere due importanti persone: un uomo di nome Dave (David Strathairn) e una donna chiamata Swankie. Entrambi condividono lo stesso cammino di Fern, ma sono spinti da necessità completamente differenti.

Dave è diventato nomade al seguito di alcuni insuccessi, sia nel lavoro, sia nella vita. Confessa a Fern di non essere mai stato un padre esemplare, di non aver mai compreso l’importanza di avere un figlio. Eppure, nonostante ciò, l’occasione per “rifarsi” giunge quando lo stesso figlio gli comunica di aver avuto un bambino. Dave, allora, capisce che è il momento di abbandonare per sempre la vita da nomade, e di tornare dalla sua famiglia e spendere il tempo che gli resta da vivere nei panni del nonno.

Swankie, invece, vive la sua vita senza alcun tipo di rimpianto. Dichiara a Fern di avere un tumore incurabile e i suoi ultimi mesi di vita gli vuole trascorrere lontano dagli ospedali. Decide, pertanto, di viaggiare, di voler raggiungere l’Alaska, luogo a lei molto caro. E di conseguenza, la sua diventa una scelta molto forte e coraggiosa.

Ciò che Nomadland vuole trasmettere è la caparbietà di poter rinascere dalle rispettive avversità. Di rintracciare la bellezza anche nei piccoli gesti. Tutti i personaggi hanno trascorso momenti difficili e situazioni tragiche da cui non sembravano venirne fuori. Tuttavia, sono riusciti a trovare una ragione per andare avanti, per dare ancora una volta senso alla propria esistenza.

Nomadland

Fern, nel proprio viaggio, è alla costante ricerca di una pace interiore. Pace che può raggiungere solo rifiutando di vivere in maniera sedentaria, dal momento che questa gli ricorderebbe tutto il dolore passato. Per tale motivo lei rifiuta le proposte dapprima della sorella e in seguito di Dave, ovvero quelle di restare nelle rispettive dimore, così da vivere con un tetto sotto la testa. La sua è una ragione ben radicata nella stessa esistenza, difficilmente comprensibile per altri.

Tutto questo, Fern lo fa per sé stessa, perché solo così può trovare una valida ragione ed essere utile. Fino a quel momento non possiamo che augurarti buon viaggio, Fern. Ci vediamo per la strada.

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