Pearl Jam sono un gruppo grunge/rock statunitense, nato a Seattle nel 1990. Sono stati tra i gruppi più famosi e di successo degli anni ’90, vendendo oltre 60 milioni di copie dei loro dischi. Nonostante il loro stile sia molto diverso da quello dei Nirvana o degli Alice in Chains, caratterizzati da influenze punk e metal, hanno creato una delle tre vie del grunge, ma più simile al classic rock degli anni ’70.

Le origini dei Pearl Jam nel panorama grunge/rock di fine anni ’80

L’origine dei Pearl Jam risale al 1984 a Seattle, quando il bassista Jeff Ament e il chitarrista Stone Gossard avevano dato vita ai Green River, poi divenuti Mother Love Bone insieme al cantante Andrew Wood nel 1988. A seguito della morte di Wood, causata da un overdose di eroina nel 1990, Ament e Gossard decisero di sciogliere il gruppo.

Dopo alcuni mesi, Gossard iniziò a suonare con un nuovo chitarrista, Mike McCready. Fu proprio quest’ultimo a incoraggiare Stone a riallacciare i rapporti con il bassista, dal quale si era distaccato dopo aver sciolto il vecchio gruppo. I tre iniziarono a suonare e registrarono una demo di cinque canzoni, che diedero all’ex batterista dei Red Hot Chili PeppersJack Irons, affinché li aiutasse a trovare un cantante e un batterista.

Irons inviò i brani a un suo amico, Eddie Vedder, all’epoca benzinaio a San DiegoEddie sentì la demo e scrisse dei testi per tre delle cinque canzoni, che poi diverranno AliveOnce e Footsteps. Nel giro di una settimana Vedder divenne il cantante del gruppo, con l’aggiunta del batterista Dave Krusen.

Inizialmente il nome scelto fu Mookie Blaylock,  in onore dell’omonimo giocatore dell’NBA. Successivamente, per una questione di diritti, il gruppo cambiò nome in Pearl Jam, che sembra derivare dal nome della nonna di Eddie Vedder. Pearl era sposata con un nativo americano e conosceva la ricetta della marmellata (in inglese jam) preparata con peyote, una pianta del Sud America.

Nel 1991 il batterista Dave Krusen venne sostituito prima da Dave Abbruzzese, fino al 1994, da Jack Irons, fino al 1998 e successivamente prese il posto Matt Cameron, attualmente presente nella formazione.

Incastro perfetto tra strumenti e armonia

In tutti i dischi dei Pearl Jam possiamo notare un’organizzazione ferrata nel gestire i singoli componenti musicali. Il basso e la batteria fanno da perfetta base alle due chitarre, a volte anche tre, e alla voce graffiante di Eddie. Tuttavia, sono proprio le chitarre che rendono tridimensionale il suono dell’intera band.

Ascoltando i brani in stereofonia, ci si riesce a immaginare come immersi nel suono, circondati dai musicisti, al centro del palco assieme a loro. Nelle retrovie troviamo la cassa della batteria e il basso, man mano che ci si sposta in avanti troviamo le due chitarre, McCready da un lato e Gossard dall’altro, mentre davanti c’è la voce di Vedder alla guida dell’ intero sound.

L’incastro tra i due chitarristi è perfetto, sia a livello melodico, sia a livello di groove, sempre molto presente nei loro brani. Ad amalgamare il tutto è la voce particolarissima del cantante. Eddie possiede un growl innato e a dir poco perfetto e quest’ultimo è il suo marchio di fabbrica preponderante, oltre ad una notevole estensione vocale.

La voce nei Pearl Jam diventa un vero e proprio strumento che accompagna i brani sin dal primo secondo. Infatti, se si ascolta con attenzione, Vedder non smette mai di cantare, anche durante i solo di chitarra. Un esempio perfetto può essere il brano Jeremy, in cui il cantante continua a cantare ininterrottamente fino alla chiusura del brano caratterizzata da una lunga parte strumentale.

Soliloquio di un uomo dal cuore spezzato: Black

Tratto dal loro album di debutto (Ten), Black è il brano più emozionale della band di Seattle e sicuramente rappresenta un capolavoro della musica degli anni ’90. La malinconica ballata rock, scritta dal frontman del gruppo, parla di un amore perduto e di un doloroso addio. Il testo attinge a piene mani da una sua storia d’amore finita male.

Nonostante il suo immenso successo, Vedder è sempre stato contrario alla sua trasmissione in radio. Il brano non fu nemmeno presentato come singolo ai tempi, proprio per non farlo diventare una merce commerciale, priva di sentimenti. Purtroppo, e fortunatamente, non è andata in questo modo e il brano è stato tra i più premiati dei primi anni ’90.

«And now my bitter hands

Chafe beneath the clouds

Of what was everything

Oh the pictures have

All been washed in black

Tattooed everything»

(Eddie Vedder – ritornello Black)

Il ritornello di Black esprime perfettamente il dolore che il protagonista del testo (Eddie) cerca di trattenere dentro di sé. Ma ormai più niente può ridargli la libertà, le nuvole grigie si stagliano nel cielo, le vecchie foto, tutto è bagnato di nero, tutto è rimasto tatuato nel suo cuore. Un solco di dolore affonda nella sua carne, lasciando una cicatrice pesante tra le sue mani, piene di rimpianti.

Dal punto di vista musicale, ogni strumento sembra suonare le corde della tristezza. Nonostante le strofe lascino trasparire un minimo di rilassatezza e di vaga felicità, tutto sprofonda nel ritornello, tutto si incupisce, diventando nero.

Il momento clou del brano arriva nel lungo finale in cui un riff delicato e malinconico, cantato in falsetto, viene accompagnato dalle urla straziate in sottofondo. Si crea un’atmosfera da brivido, viene la pelle d’oca ad ascoltare queste note così presenti e così sofferenti. Ci si immedesima perfettamente con i sentimenti neri dell’uomo che continuano in dissolvenza assieme alle chitarre distorte e anch’esse dipinte di nero.

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