Il primo re è un film scritto e diretto da Matteo Rovere. Il celebre regista di Veloce come il vento e della serie TV Romulus, apparsa su Sky Atlantic, ha realizzato questo prodotto grazie ad autori di spicco come Filippo Gravino (più volte candidato al David di Donatello) e Francesca Manieri. La pellicola in questione è stata premiata al David di Donatello per il miglior autore della fotografia, vinto da Daniele Cipri.

Il primo re vanta di un cast davvero eccezionale. Primo fra tutti, il celebre attore Alessandro Borghi, volto sempre più noto nell’intero panorama internazionale cinematografico e seriale. L’attore romano, infatti, è conosciuto per il ruolo di Aureliano nella serie TV Netflix Suburra e, in particolar modo, per l’interpretazione di Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle. Inoltre, egli ha conquistato le scene mondiale grazie anche al personaggio di Massimo Ruggero in Diavoli, serie targata Sky.

Accanto a Borghi troviamo volti come Alessio Lapice. L’attore partenopeo ha esordito nel cinema con il film Il padre d’Italia ed è importante ricordare la partecipazione in due puntate della serie TV Gomorra. Conterraneo è Massimiliano Rossi, presente nella pellicola di Matteo Rovere. L’attore napoletano è famoso per aver ricoperto il ruolo di Zecchinetta nella serie TV Gomorra ed è significativo ricordare la candidatura al David di Donatello come miglior attore non protagonista nel 2017.

Il film di Matteo Rovere merita una menzione particolare per una specifica pecularietà: la lingua adoperata è il protolatino o latino arcaico. Per dare più enfasi all’intera storia e, soprattutto, per far calare lo spettatore nell’epoca in cui il film è ambientato, il regista ha voluto adottare la lingua dei nostri antenati. Una scelta alquanto audace, ma che rende la pellicola unica nel suo genere.

Il primo re: trama

Il primo re recensione
Alessandro Borghi nei panni di Remo

Ci troviamo nel 753 a.C., data che viene presentata in un frame solamente nel finale, precedendo i titoli di coda. Scelta voluta e più che giusta, dal momento che il film funge da prologo alla storia della più grande città che un tempo ha governato il mondo all’epoca conosciuto. Due uomini, due pastori, due gemelli, Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi), abitano nell’attuale Lazio. Una terra difficile, sia per il pascolo, sia per i popoli limitrofi in perenne conflitto per la sopravvivenza.

A causa dell’inondazione del fiume Tevere, Romolo e Remo perdono l’intero pascolo e sono costretti a spiaggiare nei pressi del territorio di Alba Longa. All’epoca, questa era la città più potente dell’intero territorio laziale. I due protagonisti, resi in schiavitù, vengono condotti in catene e stipati in gabbie insieme ad altri uomini. Tuttavia riescono a liberarsi dai carcerieri e fuggono raggiungendo il Tevere insieme ai latini, ai sabini e a una sacerdotessa vestale, la quale viene presa in ostaggio.

Il gruppo non sembra andare d’accordo. Tra di loro nascono delle discordie che vengono risolte con la forza bruta. Remo è quello che riesce ad avere la meglio e ciò lo porta ad autoproclamarsi leader. Dopo aver sconfitto il clan Testa di Lupo, i guerrieri raggiungono il villaggio, abitato da anziani, donne e bambini. Divengono, ben presto, i nuovi padroni e Remo chiede alla vestale un’aruspicina. La donna accontenta la richiesta, ma dalle viscere della pecora legge il triste fato che attende i due uomini.

Romolo e Remo saranno costretti a scontrarsi e a sfidarsi, e tra i due soltanto uno ne resterà in vita. Remo, essendo di temperamento inquieto, porta la vestale nel bosco, lasciandola in preda alle bestie. Brucia il villaggio, sebbene Romolo lo invita alla calma. È lui a comprendere la necessità di un’unità, di una compatezza per sopravvivere. Perché, dalla rispettiva parte, è sempre importante avere il fuoco e gli dei. Ma questi ultimi, purtroppo, hanno stabilito la triste sorte dei due e nulla si può contro il loro volere.

Il primo re: tra mito e leggenda

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Alessio Lapice nei panni di Romolo

L’importanza di un film come Il primo re è di gran lunga rispetto a ciò che si pensi. Raccontare quella che fu la genesi di Roma non è un mero semplice atto per una serie di motivi. Da un lato, è giusto sottolineare come alla base della storia dei due gemelli vi sia un mito e una leggenda che attraversa secoli e secoli di storia, su cui la stessa Roma, a suo tempo, ha dovuto strutturare gran parte della sua istituzione; dall’altro lato il rischio di trasporre, nel cinema, una vicenda che ha del favoloso e dell’incredibile è un lavoro che richiede una moltitudine di attenzioni, giacché è lecito che si cerchi un equilibrio che non sfoci nel già detto o nell’eccessiva pomposità.

Secondo le storie tramandate, Romolo e Remo furono i figli della vestale Rea Silva e del dio Marte. I due, una volta nati, vennero abbandonati all’interno di una cesta e portati nei pressi del fiume Tevere. Arenati, la celebre leggenda vuole che una lupa, scesa dai monti per abbeverarsi, fu attratta dai vagiti di questi, quindi li raggiunse e decise di allattarli. In seguito, fu il pastore Faustolo a trovarli e a crescerli come se fossero suoi figli. Divenuti adulti, i due si recarono ad Alba Longa uccidendo il re che vi governava e affidarono il regno al loro nonno, Numitore. Ma entrambi, non volendo abitare lì, lasciarono la città con l’idea di fondarne una. Romolo volle chiamarla Roma e fondarla sul Palatino, mentre Remo volle nominarla Remora e fondarla sull’Aventino. Da qui la discordia tra i due e la sopraffazione del primo sul secondo.

Matteo Rovere, ne Il primo re, non racconta la vicenda partendo dalle presunte origine dei due gemelli. Lui si concentra sulle fasi che hanno portato Romolo e Remo dapprima a essere uniti per poi disgiungersi. Non c’è nulla di mitico, di leggendario, ma solo la storia di due fratelli che per un triste scherzo del destino sono costretti a fronteggiarsi. Per quanto possa sembrare poco riconoscente, in verità il lavoro di Rovere è leale: non infanga la leggenda, bensì si limita a darne un’intepretazione cinematografica. E lo fa non ingigantendo la storia, non creando un’eccessiva pretenziosità al racconto. Si appella solo al buon senso di edificare una trama lineare.

Il primo re recensione
Remo

La scelta di evidenziare la data di fondazione di Roma a conclusione del racconto funge da semplice contesto; che, a sua volta, vuole comunicare l’inizio di tutto, di una storia che si dipanerà per ben tredici secoli. Inoltre anche lo stesso titolo della pellicola è semplice contesto. Non abbiamo un nome enfatico, esagerato, che trasuda di epicità. Un semplice primo re richiamando, appunto, colui che ha fondato la città latina. A Matteo Rovere ciò che conta è l’elemento storico, lasciando, in vero, allo spettatore la libertà di dipingere il film con il contenuto mitico e leggendario.

Romolo e Remo: luce e ombra

Ed è proprio grazie a questo aspetto che il regista ha la libertà di concentrarsi sui protagonisti. Privati del contenuto mitico, Romolo e Remo appaiono come due semplici uomini dotati di identità. Entrambi possiedono delle specifiche caratteristiche che li rendono l’uno l’antitesi dell’altro. Romolo è il fratello più calmo, razionale, e colui che riesce a ponderare le scelte giuste nei momenti difficili. Rispetta e teme gli dei. È consapevole che solo grazie al loro favore, una civiltà può prosperare. È quello che pretende che il suo popolo debba possedere la luce, perché solo grazie a essa così si può sopravvivere al triste destino della vita ed evitare di finire nelle tenere più buie.

Remo, invece, è irrazionale, irrequieto, pronto a sfidare chiunque si pari dinanzi a lui o al fratello. È il personaggio, senza dubbio, più forte fisicamente, più tenace e coraggioso. Si fida ciecamente di Romolo e farebbe di tutto pur di difenderlo e di tenerlo in vita. Eppure è un personaggio presuntuoso, arrogante. È conscio di incutere timore e grazie ad esso può soggiogare e tenere tutti sotto il proprio controllo. E ciò, infatti, si evince dopo l’assedio del villaggio, il quale viene bruciato perché nessuno tende a rispettarlo. Funge da ombra, sia di Romolo (il quale lo protegge), sia di sé stesso, specie quando è pronto a sfidare gli dei pur di andare contro al destino che li hanno affibbiato.

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Una scena del film

Il lavoro svolto per la realizzazione de Il primo re merita il dovuto rispetto. Specie quando notiamo che l’intero film – come già abbiamo anticipato – è recitato nella lingua degli avi. Grazie a ciò che l’intento ideologico del regista trascende lo spazio-tempo, sicché lo spettatore è portato a ragionare e a pensare come loro, come quelli uomini che hanno vissuto secoli addietro. Il tutto, però, richiamando sempre l’idea che dinanzi non abbiamo una storia qualunque, ma il punto di partenza di una storia secolare.

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