I Cavalieri dello Zodiaco, nati nel 1985 dalle mani di Masami Kurumada, approdano su Netflix con la serie remake Saint Seiya – I Cavalieri dello Zodiaco.

Lo scontro tra Cavalieri e divinità è riproposto introducendo alcuni elementi moderni: nella prima parte della serie, composta da dodici episodi, il nemico è un’organizzazione paramilitare, totalmente assente nella serie originale; i Pandora box sono sostituiti da pratici pendenti, e i colpi segreti dei cavalieri sono tutti omologati in sfere di luce che nulla hanno a che vedere con la bellezza e la diversità dei colpi originali, che si distinguevano gli uni dagli altri anche a livello grafico. Tra gli elementi di novità si cita la sostituzione del personaggio di Andromeda con una donna: per quanto possa apparire apprezzabile inserire un personaggio femminile tra i protagonisti, desta qualche perplessità che sia sostituisca proprio il personaggio che poteva apparire più controverso per la sua sensibilità e suoi modi gentili. Inoltre, nell’opera sono già presenti molti personaggi femminili, che però combattono indossando una maschera.

Saint Seiya Netflix
I cavalieri di bronzo in ginocchio di fronte Athena

Una serie che punta al compromesso

I primi dodici episodi introducono la storia dei Cavalieri di bronzo, ci mostrano le Guerre galattiche fino all’entrata in scena e allo scontro con Phoenix, che viene sconfitto, per arrivare allo scontro con i Cavalieri d’Argento. In questa parte viene anche approfondito il rapporto tra Pegasus e la sua insegnante Castalia. La parte dedicata ai cavalieri d’argento è quella più fedele all’ anime originale e, sebbene sia un’occasione mancata per smussare l’eccessivo protagonismo di Pegasus che da solo affronta tutti i nemici mentre solitamente i suoi compagni d’avventura giacciono a terra svenuti, gli scontri risultano interessanti e con un buon ritmo.

Infine, abbiamo l’ingresso in scena dei Cavalieri d’oro Scorpio, Ioria e Virgo. Nella seconda serie ci si aspetta quindi la parte più interessante e amata di Saint Seiya: la corsa al Grande Tempio. Restano dei dubbi sul possibile sviluppo dell’organizzazione paramilitare, che dovrà intrecciarsi con la trama centrale.

Sebbene si debba riconoscere che quindi la serie paghi lo scotto di trattare la parte meno interessante della saga, la visione dei primi dodici episodi regala ben poche soddisfazioni. I tentativi di modernizzare un’opera che porta tutto il peso del tempo sono inoltre evidenti nell’introduzione di vari momenti comici che tuttavia non convincono, siparietti troppo lunghi con tombini parlanti e battute che hanno veramente poco mordente. La serie Netflix sembra a tutti gli effetti un compromesso, un tentativo di rendere interessante per i giovani un prodotto ormai datato e allo stesso tempo accontentare il vecchio pubblico che ha amato l’opera dei Cavalieri negli ultimi 30 anni.

Il fulmine di Pegasus di Seiya

Le criticità di questo Remake

Sembra, però, che in fin dei conti questa serie possa scontentare entrambe le categorie. Infatti, i personaggi, le ambientazioni, gli ideali della serie originale, perdono la loro solennità – che era stata resa ancora più evidente dallo storico doppiaggio italiano – per assumere l’aria di semplici ragazzini in armatura; gli scontri delle Galaxian Wars, dove si cementa l’amicizia tra i protagonisti, si appiattiscono in un mero scontro fisico per stabilire chi sia il più forte; il rapporto tra Andromeda (che nell’adattamento Netflix diventa Shaun) e Phoenix perde la propria intensità. Chi conosce Saint Seiya sa perfettamente che anche la serie originale presentava varie lacune all’interno della trama e in molti punti mancava di addirittura di coerenza.

Erano proclamati come dogmi le regole che un colpo non fosse mai efficace due volte contro lo stesso avversario, anche se gli avversari alla fine venivano sconfitti dall’ormai leggendario e ritrito fulmine di Pegasus, o l’infrangibilità dello scudo del Dragone che poi puntualmente finiva in pezzi, ma si trattava di elementi su cui lo spettatore degli anni ‘90 poteva benevolmente chiudere un occhio in favore dell’incredibile coinvolgimento che questa serie poteva creare, in virtù dei propri valori di amicizia, di sacrificio per il perseguimento di un ideale, e anche della magnificenza dei Cavalieri d’oro per la cui presenza lo spettatore degli anni ‘90, sicuramente meno smaliziato dello spettatore odierno, era disposto ad accettare per buone tutte le evidenti incoerenze.

Alcune differenze con l’opera originale

Bisogna comunque citare un elemento positivo della serie, vale a dire l’eliminazione completa di tutti i filler che erano presenti nell’anime originale e che nulla aggiungevano alla storia, ma anzi andavano a rafforzare il protagonismo di Pegasus; ma di fatto la trama anziché più coerente appare più spoglia e la mancanza di approfondimento dei personaggi porta alcune scelte quasi incomprensibili, come il sacrificio di Sirio che decide di accecarsi nello scontro contro Argor di Perseo, dopo che quest’ultimo ha tramutato i suoi amici in pietra: nell’anime originale questa scelta avviene dopo aver instaurato un fortissimo legame con Pegasus che gli aveva salvato la vita durante le Guerre galattiche, mentre nella serie Netflix la scelta del Dragone appare quasi sconsiderata.

Shun, Hyoga e Shiryu

Si attendono i prossimi episodi, che come si diceva, riguarderanno con tutta probabilità la scalata alle dodici case. Ma se in questa serie non si introdurrà un po’ di sentimento e passione si rischia anche i Cavalieri d’oro diventino solo dei personaggi in un’antiquata armatura che combattono senza alcun tipo di ideale, e si rischia di creare l’ennesimo remake di Saint Seiya senza quel vero coinvolgimento che ha portato ad amare la serie originale, e a far sognare tanti ragazzini che guardavano le stelle in cielo e pensavano che in fondo, concentrandosi, anche loro avrebbero potuto bruciare il cosmo.

Mariangela Scilla
Amante di letteratura, anime, cinema e serie tv. Parlo poco ma mi piace scrivere. Strenua oppositrice al dilagare degli anglicismi.

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