Seconda metà degli anni ’50. Il globo è politicamente spaccato in due. Ciononostante la cultura non interrompe il proprio corso e si fa strada con nuovi linguaggi artistici, nuove opere e nuove forme di aggregazione: le subculture giovanili.

Il Signore degli Anelli, scritto da J. R. R. Tolkien e pubblicato nel 1955, funge da spartiacque tra i due lustri del decennio. Un anno più tardi Elvis Presley e Chuck Berry pubblicheranno il loro disco d’esordio. Il ’57 è l’anno degli Achromes di Piero Manzoni e del lancio dello Sputnik I, primo satellite artificiale mandato in orbita. Nel 1958, verrà pubblicato Il Gattopardo, opera postuma di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e i cinema proietteranno il capolavoro Vertigo di Alfred Hitchcock. L’anno successivo, Ben Hur di William Wyler diventerà uno dei colossal della settima arte.

Il fermento culturale è tale da causare una profonda reazione sociale capace di coinvolgere le nuovissime generazioni che rinnovano la propria socialità con inedite forme di aggregazione. Il ritrovo, la condivisione diventano elementi essenziali dell’esistenza di un giovane dei 50s. La musica diviene la forma d’arte più aggregante, con l’appena nato Rock and Roll che caratterizzerà lo stile, l’abbigliamento e le attitudini dei successivi decenni. Sull’onda dei nuovi generi musicali, nascono numerose subculture giovanili che si differenziano per l’abbigliamento, i gusti musicali e lo status sociale. Tra le più note, indubbiamente Zooties, Bikers e Teddy Boys.

Queste prime forme di aggregazione daranno vita, per evoluzione e differenziazione, alle numerose subculture giovanili che vedranno il loro massimo momento di affermazione alla fine degli anni ’60.

In alto, da sinistra: J. R. R. Tolkien; l’omonimo disco d’esordio di Elvis Presley; Rock, Rock, Rock, primo disco di Chuck Berry; Achrome di Piero Manzoni. In basso, da sinistra: lo Sputnik 1; Giuseppe Tomasi di Lampedusa; illustrazione per la locandina di Vertigo; scena tratta dal film Ben Hur.

Talkin’ ‘bout my generation

Molti dei Teddy Boys, con l’avvento del nuovo decennio, cominciarono a cambiare il proprio stile di abbigliamento e ad ascoltare nuovi generi musicali. Nel panorama britannico, mods e rockers si attestano come subculture giovanili più diffuse, così come diffusi sono gli scontri tra bande delle due tendenze.

I mods si formarono nella working class londinese ed erano soliti ritrovarsi nella zona di Soho all’inizio degli anni ’60. Il loro nome è un’abbreviazione di modernism, riferito all’interesse verso il nuovo e l’atipico. Il loro stile prevedeva il taglio di capelli new french line, abiti italiani, polo, giacche a tre o quattro bottoni, l’utilizzo dei pantaloni modello Sta-Prest, parka personalizzati con toppe e spille e un notevole uso di anfetamine.

Ad essere notevolmente personalizzata era anche la Vespa o Lambretta che ogni mod custodiva come una reliquia, apportando modifiche come l’aggiunta di specchietti, fanali, decalcomanie e adesivi. Tra le band più in voga tra i mods, molte appartengono alla British Invasion, cominciata con Beatles e Rolling Stones. La sua continuità è stata garantita da The Kinks, The Who (portabandiera del movimento), The Animals, Small Faces. Oltre alla musica di casa, la sottocultura mod prediligeva il genere ska, il soul e il R&B. Negli anni ’80, molte band ripresero lo stile modernista, dando vita al mod revival. A capitanare la nuova ondata, primi tra tutti sono The Jam, il cui frontman Paul Weller fu definito The Modfather. Negli anni ’90, il britpop riprese, seppur formalmente, parecchi elementi dalla subcultura mod, dall’abbigliamento all’uso di Vespe e Lambrette,oltre alla notevole influenza musicale del rock anni ’60.

Mods

Completamente diverso era il portamento rocker, più aggressivo e vistoso anche a causa delle grosse motociclette Triumph, degli abiti in cuoio o pelle abbinati agli stivali da motociclista e della capigliatura in stile Pompadour, seguendo il taglio moderno di Elvis, fissata con la brillantina (in inglese grease). Non a caso greaser e rocker vengono spesso associati in quanto simili nella ripresa dell’abbigliamento rockabilly. Ciò che li distingue è principalmente la provenienza, essendo i primi statunitensi e i secondi britannici, ma anche il ceto sociale. I greaser nascono nelle periferie e nelle zone abitate dalla classe operaia. Musicalmente, i rocker sono orientati verso il rock and roll americano, specialmente quello dei già citati Elvis Presley e Chuck Berry.

Rockers

Uno sguardo oltreoceano ci permette di notare che, a proposito di rivalità tra subculture giovanili, anche i greasers sono coinvolti in scontri tra bande. Gli attriti, in questo caso, sono di matrice puramente sociale e coinvolgono i giovani brillantinati e i rivali socials. Questi ultimi, a differenza dei greasers, provengono dall’alta borghesia statunitense e dalle zone ricche delle città. Le motivazioni degli scontri violenti possono essere perciò scovate nella ricerca di un riscatto sociale da parte dei greasers e dall’atteggiamento snob dei socials nei confronti delle classi più povere.

Ben differente è il caso degli hippy. I figli dei fiori si formano con ideologie che vanno ben oltre i concetti di stile o tendenza. Potremmo definire quella hippy una vera filosofia, pura attitudine, attestazione del proprio stato naturale. L’adozione di numerosi aspetti della filosofia orientale, il netto schieramento contro le istituzioni e le scelte politiche degli Stati Uniti al termine del decennio,l’antimilitarismo e il rifiuto delle imposizioni comportamentali sono solo alcuni degli aspetti di un movimento che non rientra tra le subculture giovanili ma viene definito controcultura. Rock psichedelico, folk, blues rock sono generi musicali che non hanno avuto solo funzione aggregativa, ma hanno contribuito alla scoperta di nuove forme percettive sensoriali ed extrasensoriali. A questo scopo, largamente praticata era l’assunzione di droghe allucinogene come l’LSD e la mescalina o di stupefacenti più leggeri come hashish e marijuana.

Eventi degni di nota, capaci di scuotere gli animi a più di cinquant’anni di distanza, sono senza dubbio il festival dell’Isola di Wight dal 1968 al 1970 e quello di Woodstock, dal 15 al 19 agosto 1969, con un pubblico di circa 500.000 spettatori e artisti di fama internazionale: Joan Baez, Santana, Canned Heat, Janis Joplin, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, The Who, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Crosby, Stills, Nash & Young e, ultimo in scaletta per chiudere magnificamente, Jimi Hendrix. L’evento può essere considerato uno dei più importanti momenti di coesione giovanile sociale e ideologica dello scorso secolo.

La controcultura hippy e il concerto a Woodstock. In basso a destra, Jimi Hendrix

Al termine del decennio e nei primi anni dei ’70, si sviluppò in Gran Bretagna una delle subculture giovanili più durature e trasversali: il movimento skinhead, in italiano “testa rasata”. Ben differenti dai naziskin, i primi skinheads, che si definivano originals, nacquero come movimento sociale, anch’esso intriso di spirito di ribellione nei confronti della classe borghese e del conformismo. Appassionati di musica afroamericana, gli originals nacquero come sottocultura non politicizzata. Negli anni ’80, gli skinheads cominciarono a differenziarsi per i diversi orientamenti politici, mentre altri rimasero fedeli allo spirito originale del movimento.

L’avanzata del National Front, partito britannico di estrema destra, e la nuova ondata di immigrazione, portarono una grossa percentuale di skinheads a fondare il movimento Skin88. Con vedute politiche completamente diverse, SHARP (SkinHeads Against Racial Prejudice) e RASH (Red and Anarchist SkinHeads) nascono come gruppi politicizzati di sinistra, i primi antirazzisti e a favore di una società multietnica, i secondi di orientamento comunista o anarchico.

Original skinheads

Subcultura e settima arte

L’arte è il più trasversale dei mezzi espressivi e la più ricca delle risorse che l’essere umano abbia a disposizione. Quando dialogo, immagine e musica convergono in un solo medium, il risultato è un mezzo artistico senza tempo. Il cinema è questo. Una trinità che oltrepassa il sacro.

Nella complessità e varietà dei generi, delle tematiche impressionate su pellicola, quello delle subculture giovanili è un tema sociale che generalmente funge da sfondo e in rari casi emerge come fulcro attorno al quale ruota la condizione emotiva e psicologica dei personaggi. Ad ogni modo, la necessità di integrazione e il senso di appartenenza, prendono spesso il sopravvento sull’individualità e l’accettazione di se stessi. A esporre magnificamente questa condizione, tre capolavori cinematografici: Quadrophenia (1979) diretto da Franc Roddam, trasposizione cinematografica dell’omonimo disco degli Who, I ragazzi della 56ª strada di Francis Ford Coppola (Titolo originale: The Outsiders, 1983) basato sull’omonimo romanzo della scrittrice S. E. Hinton e This is England (2006) scritto e diretto da Shane Meadows.

Quadrophenia (1979)

Gli Who hanno traghettato i mods lungo tutta la seconda metà degli anni ’60. Dopo i numerosi successi nella scena giovanile britannica My Generation (1965) e A Quick One (1966), nel 1973 la band decise di omaggiare i giovani in Lambretta e parka con un album concettuale il cui protagonista, Jimmy Cooper, appartiene alla subcultura mod. Omaggio che compare anche nel retro della copertina con le seguenti parole:

This music is dedicated to the kids of Goldhawk Road, Carpenders Park, Forest Hill, Stevenage New Town and to all the people we played to at the Marquee and Brighton Aquarium in the summer of ’65.

Diretto da Franc Roddam, il film gode di un cast dalle grandi abilità performative anche se, paradossalmente, ad aver avuto maggior successo in fututo sono proprio gli interpreti dei personaggi secondari. Phil Daniels nel ruolo del protagonista, Leslie Ash, Philip Davis e Mark Wingett interpretano i quattro mod più centrali nell’opera cinematografica. Un giovanissimo Ray Winstone sarà il rocker Kevin, un ancora poco conosciuto Sting interpreterà Ace e Timothy Spall farà un cameo come proiezionista dello spot pubblicitario.

Da sinistra: copertina dell’album Quadrophenia; locandina originale del film (1979); locandina del film per la proiezione dopo il restauro (2014)

L’album del ’73 fa da colonna sonora e si erge sulla storia di Jimmy. Le continue manifestazioni di ostilità tra mods e rockers e la partecipazione di Jimmy agli scontri lo fanno sentir parte di un gruppo. La subcultura diventa un credo. Il ritmo del film si intensifica sempre di più con un climax ascendente che sfocia nel delirio. Le continue delusioni di Jimmy nel lavoro, nell’amore e nell’amicizia lo spingono a tal punto da mettere in discussione le proprie certezze e a riscoprire la sua vera natura individuale.

Una scogliera e una Lambretta in frantumi. L’ascendenza si è interrotta. Il mare sotto le falesie ora è più calmo e le avventure a Brighton resteranno un piacevole e al tempo stesso doloroso ricordo.

Io sono Jimmy e non voglio essere uguale a nessun altro, ecco perché sono un mod.

Jimmy (Phil Daniels) a Brighton

I ragazzi della 56ª strada (The Outsiders, 1983)

Diretto da Francis Ford Coppola, il capolavoro cinematografico del regista de Il Padrino è ambientato a Tulsa, Oklahoma negli anni sessanta. Accompagnato dalle musiche di Carmine Coppola e arricchito dalle scenografie di Dean Tavoularis, la pellicola narra la storia di un gruppo di amici greaser alle prese con le difficoltà sociali determinate dalla propria condizione economica.

La povertà genera malcontento. Il malcontento porta all’anaffettività. Quest’ultima alla ribellione. I continui scontri con i Socials, appartenenti all’alta borghesia, aggravano lo stile di vita dei giovani fratelli Curtis, Ponyboy interpretato da C. Thomas Howell, Sodapop da Rob Lowe e Darrel da Patrick Swayze. La storia è un calvario dell’era moderna, tra allegorici sputi dei denigratori e sofferenze fisiche e psicologiche. Un raggio di luce illumina improvvisamente la storia dei protagonisti che giungono a una consapevolezza: il senso di coesione di una famiglia e la cognizione di sé come membro fondamentale oscurano qualsiasi forma di privazione economica e disagio sociale.

Le prestazioni attoriali di Matt Dillon, Ralph Macchio e un giovanissimo Tom Cruise, in aggiunta al grandioso talento dei tre interpreti dei fratelli Curtis, rendono The Outsiders un film degno dell’Olimpo cinematografico.

Resta d’oro Ponyboy, resta d’oro!

Ponyboy (C. Thomas Howell), Sodapop (Rob Lowe) e Darrel (Patrick Swayze) in una scena del film

This is England (2006)

Continuiamo il discorso sulle subculture giovanili nel cinema con un film decisamente più tagliente rispetto ai precedenti. This is England nasce per colpire gli ideali nazionalistici e xenofobi nel profondo servendosi del contesto sociale skinhead e di eventi realmente accaduti. La narrazione mostra anche come una delle più influenti subculture giovanili del Regno Unito sia mutata in un pericolo per i diritti e le libertà dell’uomo.

Il piccolo Shaun Field (Thomas Turgoose) appena dodicenne è deriso a scuola a causa del suo stile piuttosto povero e antiquato. Un padre caduto durante la guerra delle Falkland e bullismo senza scrupoli rendono la sua esistenza un vero inferno. A dare una svolta al suo percorso, l’incontro con un gruppo di original skinheads il cui leader, Woody (Joseph Gilgun), introduce il piccolo Shaun alla propria sottocultura. I fatti si svolgono nel 1983, anno in cui una grossa fetta di skinheads si politicizzò schierandosi con il National Front. L’interesse di Shaun per la nuova tendenza si fa più intensa dopo l’incontro con Combo, un naziskin dal portamento dittatoriale interpretato magistralmente da Stephen Graham. Il giovanissimo skinhead sembra perciò voler abbandonare gli originals per appoggiare le attitudini razziste dei neonazisti britannici.

Le azioni cominciano a diventare più violente, lo spirito efferato di Combo culmina in un atto di tale violenza da provocare un trauma in Shaun, una rottura definitiva che lo condurrà alla convinzione che le idee sbagliate portano ad azioni sbagliate. Aderire a un credo, a dodici anni, significa essere risucchiato in un vortice in cui il controllo e l’integrità della propria identità si perdono nell’azione di gruppo, in questo caso, estremamente violenta.

Infine, per citare Fabrizio De André che si rifà a Georges Brassens:

Morire per delle idee è molto bello, ma per quali

L’incontro tra Shaun (Thomas Turgoose) e Woody (Joseph Gilgun)

Easy Rider (1969)

Un quarto film? Ma non dovevano essere tre?

Sarebbe un peccato parlare della controcultura hippy senza citare un film che abbia affrontato il corso e il dramma sociale di questa corrente. Il film di Dennis Hopper, regista e protagonista insieme a Peter Fonda, si propone inizialmente come classico road movie per sfociare improvvisamente nel drammatico. I 94 minuti di libertà e paura, come suggerisce il sottotitolo, sono tra i più iconici della storia del cinema e della musica, grazie anche a una colonna sonora che comprende brani degli Steppenwolf, Jimi Hendrix, The Byrds, Roger McGuinn. Se oggi, sul riff di Born to be wild, affiora alla mente l’immagine nitida di due motociclette che sfrecciano sulle highroads statunitensi, è proprio grazie a questo film.

Ma Easy Rider non è solo libertà, ritorno allo stato di natura e percezione extrasensoriale.

L’incontro con George Hanson, interpretato da un trentaduenne Jack Nicholson, è cruciale e determina una svolta narrativa. D’altronde, in stato di massima libertà, ogni incontro può essere una chiave. George Hanson non è solo il riflesso di una gioventù che fugge dal materialismo del mondo del lavoro e del consumo, ma è la prova, giunti al momento della scarcerazione grazie al suo potente cognome, che gli ingranaggi della (in)civiltà girano solo se alimentati da una forza che si misura in dollari e rilevanza sociale.

Wyatt “Capitan America” (Peter Fonda) e George Hanson (Jack Nicholson) in una scena del film

La comunità hippy con cui entrano in contatto e l’intenso approccio con essa, diventano un mezzo per controbattere ancor più decisamente i limiti della macchina sociale, fornendo l’idea di uno stile di vita apparentemente nuovo ma che in realtà riprende un genuino primitivismo che si combina a empatia, tolleranza e condivisione. Il violento epilogo mostra definitivamente il destino di un sentimento collettivo dal potenziale rivoluzionario. Questa volta la controcultura non eclissa l’identità, ma è la cultura del denaro a oscurare il senso di appartenenza alla Madre Terra. Termina Easy Rider, giunge la fine di un’ideologia di pace e amore tanto bella quanto precaria in un mondo così orridamente ostile.

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