The Shining apparve nei cinema statunitensi il 23 maggio del 1980. Il regista, ovvero il genio di Stanley Kubrick, aveva alle spalle una filmografia già ricca e degna di nota. Cinque anni prima, infatti, diresse Barry Lyndon; nel 1971 uscì la pellicola che, fra le tante, fece scandalo per il suo eccesso di (ultra)violenza: Arancia Meccanica. E, proseguendo a ritroso nel tempo, 2001: Odissea nello spazio.

Kubrick, si sa, ha sempre fatto tesoro delle sue esperienze, le quali hanno limato sempre più il suo bagaglio tecnico sia sotto la sfera narrativa, sia sotto quella estetica. Ciononostante non è un caso che sia considerato come uno dei più importanti cineasti di sempre. Apprezzato o meno, qualunque fosse il giudizio che scaturisce da una prospettiva la quale matura all’interno dello spettatore, restando nell’orbita dell’oggettività, ciò che quasi sempre diviene sinonimo del regista, vale a dire l’idea stessa di un cinema che diventi perfezione, è lungi dall’essere uno strumento di pura e semplice e banale mimesis, giacché alle spalle di essa è visibile una profonda nomenclatura teorica ricca di contenuti che tendono a confluire – persino – in un breve frammento.

Tuttavia, quando Kubrick decise di mettere mani a The Shining, quest’ultimo, a sua volta, era già iscritto sotto l’etichetta di capolavoro letterario. Il suo autore è noto ai molti, Stephen King, il cui successo cominciò a divenire realtà proprio grazie al suddetto romanzo. A differenza di Kubrick, King non vantava titoli prestigiosi. Prima della pubblicazione di The Shining, infatti, le sue opere pubblicate furono prevalentemente due: Carrie e Le Notti di Salem. The Shining fece da apripista in quell’universo letterario, la cui critica, più tardi, cominciò a fondare le sue prime riflessioni e analisi.

Danny Torrance

E se i punti decisivi della sua carriera furono raggiunti con romanzi quali Christine – La macchina infernale o It, in parte, lo scrittore di Portland deve la sua fortuna all’incredibile importanza che un titolo come The Shining riuscì a ottenere. Kubrick, in un certo senso, dovette destreggiarsi all’interno di un universo narrativo che già di suo emanava profondi spunti riflessivi, i quali sarebbero stati, successivamente, approfonditi. Una sorta, quasi, di vera e propria parafrasi cinematografica, senza alcunché di pretesa e tantomeno di blasfemia nei confronti della sua controparte cartacea.

«The Shining»: nella mente di Jack Torrance

The Shining si apre con una lunga inquadratura dall’alto. Complice la base musicale tratta dal Dies Irae gregoriano del XIII secolo, quasi a voler soffocare lo spettatore sin dai primi minuti, la telecamera segue una macchina di colore giallo. Attorno vi è un paesaggio formato da alberi e pianure e in lontananza si intravedono alcune montagne. Segue questa lunga e nauseante scena, la quale si conclude con la ripresa del luogo dove si svolgerà l’intero film: l’Overlook Hotel, un immenso e sperduto albergo del Colorado, che si scopre essere stato costruito su un cimitero indiano.

Nella hall entra Jack Torrance (Jack Nicholson), uno scrittore ed ex insegnante con problemi di alcolismo. È lì per accettare un incarico come guardiano invernale. Il direttore, Stuart Ullman (Barry Nelson), gli illustra tutti i rischi del mestiere, giacché vivere per cinque mesi isolato, senza vedere nessuno, può indurre alla pazzia. Inoltre, dieci anni prima, il precedente guardiano, Delbert Grady (Philip Stone), fu colpito da un profondo esaurimento nervoso che lo portò a sterminare l’intera famiglia e, infine, a suicidarsi.

Famiglia Torrance

Torrance, tuttavia, non sembra turbato. Per lui l’occasione è davvero ottima, dal momento che in cantiere vi è la scrittura del suo romanzo. D’altronde è lui stesso a dire:

Può stare tranquillo, mister Ullman. Sono cose che non succedono a uno come me.

La pellicola procede con la classica lentezza a-là Kubrick. Lentezza che, però, rispecchia il vero intento del regista, il quale sembra esacerbare sia lo spettore, che nel frattempo è addentrato sempre più nella vicenda, sia l’intera sovrastruttura dell’opera. Se non fosse che il fulcro del film fuoriesce con il tempo e tutto rimanda alla prospettiva del protagonista. L’andamento di The Shining segue il progressivo mutamento emotivo di Torrance, mostrando la sua graduale decandenza psicologica. Jack, infatti, diventa un uomo crudele e malvagio, e decide, nel vortice di pazzia, lo sterminio della sua famiglia. Cede alla sua pulsione negativa.

«The Shining», ovvero l’ignoranza del male

Che la tematica del male sia da sempre al centro di gran parte del pensiero e della letteratura occidentale (e, forse, non solo), è un dato che si riscontra qualora volgessimo un’attenta indagine storico-filosofica, nonché ontologica, sullo sviluppo del tema. Il fascino, talvola ipnotico, del male è stato oggetto di analisi che hanno scaturito col tempo domande le cui risposte sono alquanto assenti. Cos’è il male? Da cosa realmente si origina? Perché esiste? Tutti interrogativi, dubbi, perplessità che da sin tempi passati difficilmente si è riusciti a trovare una valida concretezza. Ci aveva provato, seppur in contesti totalmente diversi, la filosofa Hannah Arendt con il suo La Banalità del Male, chiedendosi, in fin dei conti, se il male dipendesse dalla malvagità.

Jack Nicholson in Jack Torrance

Per chi avesse una conoscenza diretta dell’operato di Stephen King, avrà quasi sicuramente riscontrato determinati aspetti rinchiusi all’interno dei suoi libri. King, infatti, riesce a mescolare, in un unico paesaggio, momenti quasi idilliaci, che comunicano una sensazione di benessere, allegria e felicità; ad attimi in cui tutto appare nero, scuro, cattivo, malvagio. Le sue trame tendono a confluire in una tale complessità dal momento che gli stessi protagonisti, anche solo quelli che sembrano incarnare il bene e il male, hanno sempre un qualcosa di inaspettato. Dietro l’orrore si cela quasi sempre qualcosa, che nel caso dello scrittore assume il volto di una vera America.

Tutto ciò, a ben vedere, accade proprio in The Shining, al quale Kubrick ha saputo offrire, complice la sua eccessiva maniacalità, quel rapporto di causa-effetto, bene-male, presente nel romanzo. Torrance, sebbene abbia trascorsi non felici, appare come un normalissimo cittadino che in fin dei conti adora la sua famiglia. Eppure impazzisce, cede alle rispettive forze oscure e finisce per rincorrere moglie e figlio con una ascia. La sua personalità si frammenta e si mostra per quella che è realmente.

Egli è un uomo spezzato dal passato, che ha commesso troppi e tanti errori. Vuole essere un buon padre, diventare uno scrittore e vincere l’alcolismo. Ma, in fin dei conti, è debole e dinanzi a una pagina bianca non sa che fare, non sa come riempirla. Perché accade tutto ciò? Né King e né Kubrick riescono a dare una reale risposta al problema, ma si limitano a mostrarcelo con il fine di farci riflettere. Se il male esiste è meglio non farsi impossessare.

Scene cult di «The Shining»: la pazzia di Torrance

Ed è proprio la pazzia di Jack Torrance a essere messa in rilievo nel film, mediante quelle che sono le scene più famose e rimaste nel cuore di tutti. Kubrick ha cercato di focalizzare l’attenzione proprio su questo elemento, per mano di riprese intramontabili, piene di citazioni che ancora oggi riecheggiano nelle orecchie di chiunque.

Ciò che a cui assistiamo è un viaggio nella mente disperata del protagonista. O, meglio, al suo più totale abbandono nei confronti della follia, che si tramuta in cattiveria, la quale diventa, infine, malvagia allo stato puro.

1) Mai disturbare uno scrittore…

Jack Torrance

Con in sottofondo una musica inquietante, Jack Torrance è immerso nel suo lavoro di scrittura. Sembra calmo, perso completamente nel suo lavoro. Batte a macchina fiducioso di ciò che sta creando. Subentra sua moglie, Wendy (Shelley Duvall), salutandolo calorosamente. È felice, gli chiede come stia andando il suo lavoro.

Torrance, tuttavia, diventa improvvisamente scontroso, al che, come infastidito dalla presenza della moglie, la scruta e la caccia nel modo più brutale possibile:

Wendy, forse è bene che tu sappia che quando vieni da queste parti, mi interrompi e mi fai perdere la concentrazione, mi distrai capisci e mi ci vuole un casino di tempo prima che io riesca a ritrovare il filo. Sono chiaro?

Segue una esplicita richiesta di non giungere più sul posto di lavoro, con l’aggiunta di insulti diretti. La povera Wendy non sa cosa dire, rimane completamente basita dinanzi a ciò.

2) «Tu mi passi una bottiglia di Bourbon…»

Scena del bar

Salve Llyod. C’è poca gente stasera. (risata inquietante).

Jack Torrance, dopo aver vagato all’interno dell’Overlook Hotel a seguito di un incubo, si ritrova in un bar completamente deserto. Si siede al bancone, quando improvvisamente si materializza un barman. Quest’ultimo, come richiesto dal protagonista, gli porge una bottiglia di Jack Daniel’s.

Torrance è sulla strada del delirio. Questo Lloyd, «il miglior barman del mondo, il miglior fra tutti i dannati barman», non è altro che una proiezione di Jack. Forse risale al periodo in cui egli era alle prese con il suo alcolismo, sicché l’individuo in questione risultò essere un comune uomo con il quale Jack si sfogava in preda all’alcool.

È in questa scena, infatti, che assistiamo a una confessione che ci aiuta a comprendere al meglio la figura di Torrance. Egli afferma di non aver mai alzato le mani al figlio, contraddicendosi subito dopo ammettendo di averlo strattonato una sola volta e per sbaglio. «È stata una mancata coordinazione muscolare, nient’altro».

3) Camera 237

Camera 237

A inizio film viene annunciata la camera 237, come un luogo entro cui è vietato entrare. Jack Torrance entra su insistenza della moglie, giacché è convinta che qualcuno abbia aggredito il loro figlio proprio al suo interno. Trova una camera disabitata, eppure la porta del bagno è socchiusa. Una volta aperta, si materializza, all’interno di una vasca da bagno, una donna nuda.

Torrance si rincuora. Il suo sguardo diviene simile a quello di un maniaco. La donna gli va incontro, avvicinandosi lentamente. Jack compie lo stesso movimento e quando i due sono vicini, si abbrcciando e si baciano. Tuttavia, Torrance apre gli occhi e scorge che quella donna si è tramutata in un’ anziana signora in stato di decomposizione. Il suo sogghigno è accompagnato da una risata malefica.

Torrance impaurito fino al midollo, esce dalla camera chiudendola a chiave. In sottofondo si odono le risate malvagie della signora.

4) Il mattino ha l’oro in bocca

Jack Torrance

Wendy, nel frattempo, si convince sempre più che Jack sia diventato pazzo. Approfittando dell’assenza di quest’ultimo, si reca alla scrivania e scopre che per tutto il manoscritto, fin ora concepito da Jack, è presente una sola parola: il mattino ha l’oro in bocca, in inglese all work and no play makes Jack a dull boy.

Appare improvvisamente il marito, ormai visibilmente folle. Jack comincia a seguire la moglie, la quale indietreggia fortemente impaurita e protetta da una mazza da baseball che tiene stretta tra le mani. I due alludono a far visitare il figlio, ma è Torrance a cambiare discorso sulla responsabilità che ha nei confronti del hotel.

Jack continua a gridare e Wendy indietreggia sempre più piangendo. Questa volta gli agita la mazza da baseball, unica fonte di salvezza che la separa dalle grinfie del marito. Stammi lontano è tutto ciò che gli dice.

Wendy… tesoro… luce della mia… vita… non ti farò niente. […] Ho detto che non ti farò niente, soltanto quella testa te la spacco in due. Quella tua testolina te la faccio a pezzi. […] Ferma quella mazza. Metti via quella mazza. Wendy, dammi la mazza. Dammi la mazza. Dammi la mazza. Smettila con quella mazza. Dammi quella mazza. Wendy, dammi quella mazza.

La risposta di Wendy è decisa: lo colpisce e lo rinchiude in un congelatore.

5) «Cappuccetto rosso, cappuccetto rosso. Su apri la porta».

Jack Torrance nella famosa scena

Jack riesce a risvegliarsi e a uscire dal congelatore. In preda alla rabbia, afferra l’ascia e insegue moglie e figlioletto. Entrambi si rinchiudono in bagno pervasi dalla paura. Danny riesce a fuggire da una piccola finestra, mentre Wendy è intrappolata lì dentro. Jack la invita ad aprira la porta e, quando nota che la donna è presa da tutt’altri pensieri, comincia a sfondarla a colpi di ascia.

Questa è, senza alcun dubbio, la scena più famosa, la cui maniacalità di Kubrick ha raggiunto i livelli più alti. Torrance inizia a colpire con estrema rabbia la porta, fino a sfondarne una parte. Al che inserirsce la testa al suo interno ed esclama: «Sono il lupo cattivo!».

Insomma, il resto di The Shining è storia!

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