Vineland è il quarto romanzo del celeberrimo scrittore statunitense Thomas Pynchon. Per coloro i quali siano all’oscuro di conoscenze dirette sull’autore, tentare di rispondere a quell’interrogativo di sempre (divenuto oramai quasi canonico) che possa far luce sulla sua figura e, allo stesso tempo, provare a rintracciare una sua nitida immagine, è pressocché impossibile. Sebbene le uniche fotografie siano riconducibili al periodo scolastico e al periodo di servizio nella marina militare, la fama dell’autore nato a Glen Cove l’8 maggio del 1937 è legata proprio all’atteggiamento schivo ed estremamente riservato, tanto da essere paragonato allo scrittore J.D. Salinger.

Thomas Pynchon, tuttavia, è uno dei massimi esponenti del postmodernismo americano, se non addirittura uno dei principali pionieri. La sua scrittura è unica nel suo genere, caratterizzata principalmente da un eccessivo massimalismo unito a un decostruttivismo sintattico e semantico. Indubbiamente il suo più grande capolavoro è L’Arcobaleno della Gravità, opera monumentale pubblicata negli Stati Uniti nel 1973, preceduta da altri grandi romanzi come V. e L’incanto del lotto 49.

Vineland appare nelle librerie americane nel 1990, esattamente al seguito di diciassette anni in cui l’autore è stato inattivo. La stessa critica, tra l’altro, ritenne che con L’Arcobaleno l’autore avesse esaurito tutte le sue idee. Il quarto romanzo di Pynchon differisce dagli altri per lingua e stile. Appare più semplice e lineare, e il lettore stesso tende a non smarrirsi nell’esagerato dedalo di nozioni, formule, citazioni e richiami vari. La trama, la quale è riconducibile a una semplice vicenda che vede legato un uomo e la sua ex moglie, funge da analisi critica e sprezzante su un periodo particolare per l’America.

Thomas Pynchon in un cameo de I Simpson

«Vineland»: la trama

Vineland è un’immaginaria contea della California. Qui abita Zoyd Wheeler, un ex hippy che vive grazie al sussidio di infermità mentale dello Stato. Ogni anno, infatti, per dimostrare il suo vero e presunto squilibrio mentale, compie il plateare gesto di scagliarsi contro la vetrina di un negozio. Il tutto seguito dalle TV locali che, in diretta, hanno lo scopo di testimoniare l’accaduto. Nel 1984, anno in cui è ambientato il romanzo, Wheeler si reca travestito da donna al Cucumber Lounge, una specie di motel frequentato da turisti e villeggianti per il solo periodo estivo. Qui incontra il famigerato agente della narcotici Hector Zuñiga, il cui rapporto è «persistente almeno quanto quello fra il gatto Silvestro e l’uccellino Titti».

Zoyd ed Hector si conoscono da molto tempo prima, precisamente da «dopo l’elezione di Ronald Reagan a governatore della California». All’epoca Zuñiga propose a Wheeler un lavoro come informatore all’interno dello spaccio, impiego che rifiutò. A ogni modo, durante un faccia-a-faccia, l’agente della narcotici comunica all’ex hippy che i fondi per il Programma protezione testimoni sono terminati, cosicché la sua ex-moglie, Frenesi Gates, potrebbe tornare a casa. Inoltre il procuratore Brock Vond starebbe cercando la donna, dal momento che in passato hanno avuto una relazione. Zuñiga chiede a Wheeler dove mai possa trovarsi Frenesi, ma la risposta è del tutto negativa.

L’amore tra Zoyd e Frenesi ha dato vita a Prairie. Frenesi, tuttavia, a causa della depressione post partum, decise di abbandonare la neonata alla madre, Sasha, e all’ex-marito, il quale preferisce crescerla ed educarla nella contea di Vineland. Prairie sarebbe desiderosa di conoscere la madre, sicché, una mattina, per un caso puramente fortuito, si imbatte in D.L Chastain, una femminista che negli anni Sessanta faceva parte del collettivo 24fps, di cui era membro la madre. La donna, pertanto, decide di aiutare la ragazza a ritrovare Frenesi.

Copertina di Vineland

La fine di ogni controcultura. La fine di ogni utopia.

Vineland, come ogni romanzo scritto da Thomas Pychon, è una babele di informazioni e spunti riflessivi che andrebbero letti mediante uno sguardo molto acuto. Tra le tante motivazioni vi è quella legata principalmente al numero elevato di personaggi, ognuno con un ruolo ben preciso, con un simbolismo ben intrinseco e con dei lineamenti perfettamente idonei alla narrazione.

La grandezza del Pynchon-scrittore risiede nella minuziosa peculiarità con cui scrive, costruisce e articola le sue figure, tanto da renderle vive. E, volendo attuare un esempio, questo accade a Tyrone Slothrop nell’Arcobaleno della Gravità, il quale, ad un certo punto, si dissolve nella quarta e ultima parte. Il lettore, mentre è in procinto di terminare il monumentale romanzo, si domanda constantemente dove sia, senza avere un alcunché minimo indizio. Eppure quest’ultimo è possibile rintracciarlo nel suo nome, giacché Tyrone Slothrop risulterebbe essere l’anagramma di entropy.

In Vineland tutto tende a circoscriversi in una precisa funzione che si esplica in quella visione critica dello stesso autore. E un punto di partenza sarebbe proprio l’anno in cui si svolge la vicenda: il 1984. Una data per niente casuale, dal momento che essa riprende, quasi volutamente, il grande romanzo scritto dall’autore britannico George Orwell. Pynchon è stato sempre un grande appassionato dell’opera; e ambientare il suo romanzo in quel periodo, è una strizzata d’occhio che, però, risulta ben lungi dall’essere un semplice e banale richiamo.

Se, a suo tempo, lo scopo di Orwell fosse quello di illustrare una futuristica realtà distopica (non dimentichiamo che il romanzo è stato pubblicato nel 1949), Vineland è il prodotto più assimmetrico nel quale è l’utopia, in un certo senso, a non essersi realizzata. Portavoce di questa prospettiva sono rispettivamente la protagonista e il deuteragonista.

Copertina de 1984

Zoyd è un ex-hippy che ha vissuto nella grande controcultura degli anni Sessanta, al quale, però, gli fanno notare che quell’auspicata rivoluzione è del tutto tramontata. È un uomo fuori dal suo tempo, poiché gli anni Ottanta vedono, in America, l’affermarsi degli yuppies, cioè tutti quegli imprenditori che trovarono il successo e il benessere grazie al piano economico meglio noto come reaganomics.

Diverso, invece, è il caso della ex-moglie. Frenesi Gates ha un passato da sovversiva sin dalle proprie radici. I genitori, infatti, furono attivisti perseguitati dall’FBI per azioni antigovernative. Lei fece parte del collettivo cinematografico 24fps, il cui scopo era quello di filmare le varie rappresaglie che all’epoca avvenivano tra manifestanti e polizia. Tuttavia, la donna cede subito al fascino del potere, incarnato nella figura di Brock Vond colui il quale ha sempre saputo come corrompere:

Il genio di Brock Vond consisteva nell’aver scorto, nelle attività della sinistra negli anni Sessanta, non una minaccia per l’Ordine bensì il desiderio di esso. Laddove la Tivù parlava di giovani in rivolta contro genitori di ogni tipo, […] Brock Vond vide il profondo – addirittura commuovente – loro bisogno di restare figli per sempre […]. L’intuizione sulla quale egli scommetteva era che quei giovani ribelli avrebbero facilmente voltato gabbana – dato che erano già a mezza strada – e quindi la loro messa a punto non sarebbe costata cara.

(Pynchon T., Vineland, Bur, Milano p. 312.

Al ché la domanda risuonerebbe scontata: cosa ha portato quel periodo? Lo sguardo di Pynchon è, indubbiamente, sia deluso e sia sarcastico. Uno sguardo a cui si avvicinerà un altro grande scrittore americano, David Foster Wallace, il quale ne Il re pallido farà raccontare a uno dei tanti personaggi presenti il suo passato di giovane che si divertiva a fare il ribelle.

Thomas Pynchon è estremamente critico e chiaro su questo punto: le idee anticonformiste degli anni Sessanta hanno, in un certo senso, fallito. E tale criticità la ritroviamo in un altro hippy: Larry “Doc” Sportello, protagonista del suo settimo romanzo, Vizio di forma. A differenza di Zoyd, il quale per vivere ha bisogno di un fittizio sussidio statale, Costello è un investigatore privato, un mestiere che lo rende prossimo al “potere” tanto disprezzato e tanto combattuto.

Nessuno si salva dall’asprezza di Pynchon. Forse Prairie Wheeler, la figlia di Zoyd, la cui innocenza e giovane età la portano a domandarsi che cosa fare del proprio futuro. Immagine di una generazione che cerca, a tentoni, di ricercare e ricreare sé stessa, che non sia finire nel banale conformismo. E non un caso che Pynchon decide di chiudere il romanzo con lei che si risveglia dopo una notte trascorsa nel bosco, con il rischio che Brock Vond potesse rapirla.

«Vineland»: l’avvento del Massmedia

Infinite Jest di David Foster Wallace

Come si sa, uno dei punti focali della letteratura postmoderna è il ruolo svolto dai mass media. Molti sono gli scrittori che hanno sempre guardato con occhio critico l’avvento e la funzione dei media (quasi sempre la televisione) nella nostra società. Lo ha fatto Don DeLillo nel recentissimo romanzo, Il silenzio, nel quale, però, cerca di raccontare l’effetto che può avere un probabile blackout su tutti i mezzi di informazione.

Oppure, abbiamo il già citato David Wallace nel capovaloro Infinite Jest. Qui, infatti, è la pellicola che porta il titolo del libro a essere l’arma micidiale che costringe l’individuo a una visione costante della produzione. La visione costringe lo spettatore alla catatonia perenne e alla perdita della parte più importante: la vita stessa. Il soggetto che guarda quel film si dimentica di mangiare, bere, dormire, riprodursi, perché tutto è finalizzato alla visione della cassetta.

Vineland non si sottrae a questa pungente analisi contro i mass media. Anzi, avvertiamo un esponenziale anticipazione del loro ruolo nella vita di tutti i giorni. E Pynchon riesce nel suo intento, mediante quelle che sono le figure dei Thanatoidi:

«Chi sono i Thanatoidi. D’accordo: sono quelli che hanno una ‘personalità thanatoide’. Thanatoide significa ‘uguale alla morte però differente’.

(Pynchon T., Vineland, Bur, Milano p. 198.

I Thanatoidi sono tutti quei soggetti che trascorrono gran parte della loro esistenza (forse tutta) davanti alla televisione. Nell’immaginario di Vineland, essi vivono insieme «in caseggiati thanatoidi, o in casette thanaotidi, in paesi e villaggi thanatoidi». E sono gli unici che non potranno mai avere una sitcom, perché sarebbe composta da Thanatoidi che guardano la televisione.

Ciò Pynchon comunica è quella di individui completamente svuotati sotto il profilo umano. Sono dei non-morti, consci di esserlo, e in procinto di avvicinarsi sempre più alla morte fisica. Alcuni di loro hanno funzioni importanti per la narrazione, come ad esempio Weed Atman, un docente del College of the Surf e Presidente della Repubblica del Rock ‘n Roll, il quale resta ucciso per mano di uno studente.

L’autore cerca di valutare la funzione del mezzo televisivo, con risultati prettamente negativi. E anche in questo caso, il tono diviene sempre avverso, così come lo è per buona parte del romanzo. Pynchon non ci vede nulla di positivo nel trascorrere le ore della propria vita dinanzi al mezzo catodico, e le sue parole risuonano come una premonizione futura.

L’effetto Thanatoide si disvelerebbe maggiormente qualora leggessimo il romanzo al giorno d’oggi. L’opera, infatti, vuole offrirci un vero e proprio spaccato riflessivo sulla realtà contemporanea, satura di qualunque mezzo di informazione e di intrattenimento. Se per i Thanatoidi ciò che conta è possedere una televisione e nient’altro, né elettrodomestici «pochi stereo, poche o niente suppellettili, niente tappeti, niente quadri, perché non ne vale la pena», la domanda che sorge è: possibile che, senza neanche rendercene conto, anche la nostra società si sta lentamente thanatoizzando?

La critica che compie Pynchon su questo tema è silenziosa. Non grida, non urla, non risuona. Eppure irrompe con magistrale serietà e giudizio solo in un momento successivo, quando, a ben vedere, nella realtà non vi è un punto di ritorno. In tutte le opere pynchoniane, tale dinamica rientra perfettamente nella propria nomenclatura narrativa. Raccontare un qualcosa che, quasi sempre, è un chiaro rimando al tempo presente. Solo che la comprensione sfugge agli occhi distratti del lettore in quanto individuo che vive all’interno della società.

La disintossicazione del ruolo demoniaco del media sembra essere alquanto impossibile. Così come lo è anche la relativa convivenza. Pynchon, in Vineland, difficilmente offre delle alternative a riguardo. Tutto tende a esasperarsi e il messaggio trasmesso viene colto con grande passività. Non vi è via d’uscita, ma solo un implicito invito a riflettere sul proprio destino. Come i Thanatoidi, appunto.

La falce pynchoniana si è abbattuta su di noi. Che sia ironica o sarcastica, offre, ancora una volta, un’amara analisi sul mondo contemporaneo.

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